EDITORIALE
Clinica Pediatrica, IRCCS Burlo Garofolo, Trieste
Commento a: "Studio in pediatria di base della prevalenza della celiachia in soggetti a rischio o con sintomatologia d'allarme" di Ferrara D et al.
Il contributo di Ferrara e collaboratori ripropone il ruolo prioritario del pediatra di libera scelta nell'identificazione dei soggetti affetti da malattia celiachia.
Come già rilevato negli studi dei colleghi di Vicenza e Milano precedentementi apparsi su Medico e Bambino e su Pagine Elettroniche, la strategia del "testing", cioè dell'indagine sierologica mirata in soggetti a elevato rischio di celiachia, permette al pediatra di libera scelta di migliorare la propria capacità di identificare nuovi casi di celiachia, demandando all'ospedale solo le ultime fasi diagnostiche.
Iltesting si sovrappone in parte alla normale attività clinica del pediatra (i soggetti con difetto di accrescimento rientrano infatti nelle indicazioni classiche per il sospetto di celiachia). In più considera alcune condizioni, che non necessariamente sono malattie o disturbi, ma che di fatto sono possibili espressioni atipiche dell'intolleranza al glutine. Inoltre porta con sé una maggiore attenzione per il problema e favorisce la condivisione di strategie con i colleghi che operano sullo stesso territorio.
La
percentuale di bambini che rientrano nel gruppo a rischio varia nei
tre studi dall'1,2% di Vicenza, all'1,9% di Palermo, fino al 2,6% di
Milano. Questa variabilità può essere in parte spiegata
dall'utilizzo di diversi criteri di inclusione (sovrapponibili negli
studi di Vicenza e Palermo, un po' più ampi in quello
Milanese).
Ancora di più, varia la percentuale di celiaci
identificati (2,56% a Palermo, 2,7% a Milano, addirittura 7,5% nella
casistica di Vicenza). Questa discrepanza non è di chiara
lettura, ma può trovare spiegazione, almeno in parte, nei
criteri di selezione più restrittivi adottati nello studio
vicentino rispetto ad esempio alla casistica Milanese (e quindi nella
selezione di una popolazione a rischio più elevato) e nella
minor prevalenza di celiachia diagnosticata sul territorio prima
dello studio (1:2020 a Vicenza, 1:1122 a Milano, 1:487 a Palermo).
Probabilmente meno influente su questi numeri è la diversa
metodica utilizzata: EMA, IgA e AGA negli studi di Vicenza e Milano,
EMA IgA e tTG nello studio Palermitano.
L'anemia sideropenica
sembra essere il criterio di inclusione più uniforme nelle tre
popolazioni con l'identificazione di 4 casi su 17 soggetti testati
per anemia a Vicenza, 3/14 a Milano, 2 a Palermo. Diversamente, il
difetto di crescita riveste maggior importanza nella casistica
Palermitana (4 casi su 8 celiaci identificati) e Vicentina (8 casi su
18 celiaci identificati) rispetto a quella Milanese (solo 1 caso su
15). Purtroppo nello studio di Palermo non viene indicato quanto ha
pesato ciascun criterio nella selezione dei 310 casi testati (veditabella
aggiunta in risposta al presente commento).
Proviamo
ora a mettere a confronto le due principali strategie diagnostiche,
ovvero i programmi di screening e la selezione in base ai
fattori di rischio. Se si escludono le elevate percentuali di
conferma di celiachia (7,5%) dello studio vicentino, si potrebbe
obiettare che la probabilità di essere celiaci per i soggetti
selezionati con il testing (intorno a 2,5% a Milano e Palermo) è
solo 2-3 volte maggiore rispetto a quella attesa in base agli
screening (attorno all'1%), o in altre parole che il raggruppamento
di rischio non aumenta abbastanza la specificità rispetto allo
screening (che è peraltro in grado di identificare anche i
soggetti asintomatici).
C'è da dire però che la
strategia del testing si associa ad una compliance dietetica
verosimilmente migliore. I vantaggi della dieta senza glutine sono
infatti evidenti nella maggior parte dei casi identificati perché
sintomatici, lo stesso non può essere detto per quanto
riguarda gli screening (sappiamo infatti che nei soggetti
asintomatici la compliace è generalmente minore).
D'altra
parte, non tutti i casi di celiachia identificati per mezzo ditesting avranno un chiaro vantaggio dalla dieta senza glutine.
Ad esempio, nei soggetti diabetici (criterio di inclusione: malattia
autoimmune) la dieta può avere un effetto più o meno
rilevabile sul controllo glicemico, ma non avrà alcuna chance
di far recedere il diabete insulino dipendente conclamato.
Diversamente, alcuni dati suggeriscono che la diagnosi precoce
attraverso gli screening, riducendo il rischio di presentare
altre manifestazioni autoimmuni correlate alla malattia, potrebbe
persino impedire l'insorgenza del diabete.
Un compromesso
ragionevole tra le due strategie che ci aiuterebbe anche a migliorare
le nostre conoscenze sulla malattia (buone per la malattia classica,
sintomatica, ma ancora insufficienti per la malattia silente
identificabile con gli screening) potrebbe consistere
nell'ampliare l'elenco dei gruppi considerati a rischio, includendo
ad esempio i parenti di soggetti con diabete di tipo 1. Questo gruppo
non solo presenta un rischio aumentato di intolleranza al glutine
(secondo un nostro recente studio -Not et al. Diabetologia 2001- l'
1,9% dei parenti di diabetici non celiaci ha la celiachia), ma
comprende anche i celiaci a maggior rischio di IDDM, in cui potremmo
sperare che la dieta senza glutine possa prevenire l'insorgenza dello
stesso diabete.
