1Clinica
Pediatrica, IRCCS “Burlo Garofolo”, Trieste
2Redazione
di Medico e Bambino
Indirizzo
per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it;
brunoi@burlo.trieste.it;
alessandra.perco@gmail.com
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Un'epidemia
di allergie ai cibi. Così l'European Academy of Allergy
and Clinical Immunology (EAACI) ha sintetizzato i contorni
delle allergie alimentari in Europa durante l'ultimo congresso di
Ginevra: un boom senza precedenti, che ha visto raddoppiare i
pazienti allergici negli ultimi dieci anni e, nello stesso
periodo, crescere di sette volte gli accessi in ospedale per
reazioni allergiche potenzialmente fatali come l'anafilassi.
A
SCUOLA – I numeri snocciolati dagli specialisti fanno
paura: 17 milioni di pazienti ipersensibili agli alimenti in
Europa, di cui 3,5 milioni con meno di 25 anni, e un picco di
aumento delle allergie soprattutto fra i bambini, peraltro i più
a rischio per reazioni anafilattiche gravi. Fra i più
piccoli prevalgono le allergie a latte, uova e noccioline mentre
da adulti si è più spesso intolleranti a frutta
fresca, verdura e noccioline. Tuttavia Paese che vai allergia che
trovi: in Scandinavia prevalgono le allergie a crostacei e
merluzzo, nel Regno Unito noci, nocciole e arachidi rappresentano
il 50% di tutte le reazioni allergiche. Purtroppo un terzo dei
casi di anafilassi si verifica a scuola, dove di rado gli
insegnanti sono preparati a gestire la situazione, così
l'EAACI ha lanciato una campagna europea di informazione ed
educazione sulle allergie alimentari. Primo obiettivo, il lancio
di standard minimi internazionali per il bambino allergico a
scuola: “A scuola i bimbi possono essere esposti a nuovi
cibi o a piatti che contengono alimenti proibiti: entro i
prossimi mesi produrremo gli standard con i requisiti minimi di
sicurezza che dovranno avere tutte le scuole e diffonderemo i
documenti a pazienti e insegnanti” ha spiegato il
presidente EAACI, Cezmi Akdis.CAMPAGNA
– La campagna europea, inoltre, ha come scopo principale
anche insegnare alla popolazione a riconoscere i sintomi di uno
choc e sapere quando e come usare la penna salvavita con
l'adrenalina: sul sito www.stopanaphylaxis.com
si possono trovare materiali informativi, ad esempio per capire
una volta per tutte la differenza fra intolleranze e allergie
alimentari. “Le intolleranze alimentari non coinvolgono
direttamente il sistema immunitario, pertanto non possono essere
misurate tramite il test per le allergie” spiegano gli
allergologi. “L’intolleranza al lattosio è
un’ipersensibilizzazione non allergica e le reazioni agli
additivi alimentari sono per lo più non allergiche; in
generale, i sintomi della ipersensibilizzazione non allergica
sono più lievi e pertanto raramente comportano reazioni
letali”. La campagna mira anche a migliorare le etichette
dei cibi in Europa: quelle in cui troviamo scritto “può
contenere” non sono regolamentate, vengono usate dai
produttori di loro iniziativa e con criteri variabili.
CAUSE
DELLE REAZIONI – Che l'ignoranza generale sulle allergie
alimentari sia il vero nemico da combattere lo conferma una
ricerca del Consortium for Food Allergy Research
statunitense pubblicata a fine giugno su Pediatrics,
secondo cui il 72% dei bimbi notoriamente allergici, i cui
genitori e insegnanti sono al corrente dei cibi off-limits,
va comunque incontro a reazioni allergiche circa una volta
all'anno, ricevendo il trattamento con adrenalina in meno di un
caso su tre. Come sia possibile lo spiegano i dati, raccolti in
tre anni su 500 piccoli: il più delle volte le reazioni
allergiche derivano dalla mancanza di supervisione di un adulto
consapevole (molti i casi in cui nonni o fratelli hanno dato cibi
proibiti al piccolo allergico), errori nella preparazione dei
piatti o nella lettura delle etichette degli ingredienti,
contaminazioni involontarie. C'è poi un dato lievemente
inquietante che emerge dallo studio americano: l'11% dei genitori
somministra intenzionalmente ai figli il cibo allergizzante. “Di
solito l'esposizione consapevole è tipica degli
adolescenti, che si vergognano della loro allergia o tendono per
natura a rischiare più del dovuto” osserva David
Fleischer, il coordinatore della ricerca. Nel caso di genitori
che lo fanno con bimbi piccoli può dipendere dal desiderio
di capire se il figlio ha superato l'allergia, crescendo:
tuttavia le reazioni allergiche possono essere molto pericolose e
minacciare la vita, test simili vanno fatti solo in ospedale alla
presenza di allergologi esperti.
Diminuiscono
i casi di Sids ma le cause non sono chiarite. Una serie di regole
da seguire per ridurre i rischi per i neonati
Quando
la scienza medica e la ricerca non riescono a trovare risposte
definitive sulle cause di una malattia, e di conseguenza neppure
le cure, la strada maestra resta la prevenzione. Succede per la
Sids (acronimo di Sudden infant death syndrome), la
sindrome della morte improvvisa in culla, che colpisce i bambini
tra un mese e un anno di età. Una sindrome-rebus fin dalla
sua definizione: la sigla "Sids" infatti non
corrisponde neppure a una precisa patologia. Si applica quando si
possono escludere (previa autopsia e analisi accurate sul bambino
e sulle circostanze della sua morte) tutte le altre cause note
per spiegare il decesso del neonato, dalle malformazioni agli
eventi dolosi.
LA
STATISTICA - L’epidemiologia dice che l’incidenza
della Sids a livello internazionale è per fortuna
contenuta a uno per mille nati vivi. Da Varese, dove i maggiori
esperti in Italia e le associazioni dei familiari si sono
incontrati e confrontati a novembre nel terzo congresso
nazionale, arriva un dato confortante: “Dal 1990 al 2009,
nel nostro Paese abbiamo osservato una riduzione di circa il 60%
della mortalità per Sids. Merito soprattutto degli sforzi
portati avanti da medici e familiari per diffondere il più
possibile le informazioni sulla sindrome e i consigli sulla
sicurezza del sonno dei bebè, sia tra gli addetti ai
lavori che tra i genitori. Ci attestiamo tra lo 0,04 e lo 0,11
casi per mille nati vivi. La mortalità nei maschi si è
sempre mantenuta superiore a quella delle femmine”. PRIMA
CAUSA DI MORTE NEL PRIMO MESE - La sindrome resta però la
principale causa singola di morte, dopo il primo mese di vita.
Per questo, ribadiscono gli esperti, bisogna continuare a
studiarla. E soprattutto ha effetti devastanti sulle famiglie,
che ancora oggi appunto non sono informate a sufficienza. Quella
dell’esclusione, dell’argomento tabù da tenere
nascosto o per lo meno sottotraccia, sembra essere un po’
la cifra della storia della Sids. “Siamo partiti negli anni
'90, quando le ostetriche non volevano neppure parlarne alle
future mamme nei corsi pre-parto” ricorda Luigi Nespoli,
direttore della Pediatria dell’ospedale Macchi di Varese,
sede del Centro di riferimento Sids per la Lombardia che ha
organizzato il congresso. Anche a livello internazionale si è
visto che le campagne di informazione e di formazione condotte in
modo capillare e continuo hanno prodotto una drastica caduta dei
tassi di mortalità. L’obbiettivo è di
modificare uno dei fattori alla base del “modello di triplo
rischio”: in primo luogo il bambino, apparentemente sano e
normale, soffre in realtà di una piccola anomalia nel
sistema di regolazione dei ritmi cardiaci (sindrome del QT
lungo), respiratori o generali del proprio organismo, secondo,
nei primi mesi di vita cambiamenti nei ritmi del sonno, in quelli
respiratori e/o cardiaci, nella pressione o nella temperatura
corporea, infine eventi "ambientali", come il fatto di
dormire in posizione prona, l’esposizione al fumo passivo e
piccole infezioni respiratorie, aggravano la situazione,
inducendo la Sids.
PREDISPOSIZIONE
GENETICA? - Esiste una predisposizione genetica alla sindrome?
“L’interesse per gli studi in questo campo è
andato aumentando. All’ultimo Congresso mondiale sulla
Sids, a Baltimora, ne sono stati presentati cinque che riguardano
il sistema immunitario, la neurotrasmissione e infine l’analisi
dell’intero genoma. Tutti mettono in evidenza una
predisposizione genetica, che in concomitanza di alcuni fattori
ambientali può portare al decesso”.
LE
REGOLE - La prevenzione della Sids comincia dal dormire in
posizione corretta. Per un sonno sicuro un bambino deve dormire
da solo, sul dorso e nella sua culla. “Questo è
l’abc” dice Raffaele Piumelli, responsabile del
Centro regionale Sids della Toscana all’ospedale Meyer di
Firenze. Un anno fa la American Academy of Pediatrics ha
prodotto delle "Raccomandazioni su tutte le norme in materia
di sicurezza del sonno", per la riduzione non solo della
Sids ma di altre morti riconducibili a situazioni di sonno
insicuro. Rispetto alle precedenti "Raccomandazioni"
sono state introdotte alcune novità: “Ricompare il
discorso della promozione dell’allattamento al seno, alla
luce di nuove evidenze scaturite da metanalisi. È
fortemente sconsigliato l’uso di alcol e stupefacenti da
parte dei genitori. Le vaccinazioni vanno fatte: c’è
stata polemica anni fa, perché sembrava potessero
predisporre al rischio di Sids, ma erano delle bufale tremende.
L’informazione poi deve essere univoca e precoce, cioè
data già nei punti nascita. Bisogna infine promuovere
tutti gli sforzi possibili in termini di ricerca e di diffusione
delle norme di riduzione del rischio”.
L'INFORMAZIONE
- È giusto dare l’informazione, in modo che questa
consapevolezza inizi presto. Ma informare significa anche
insegnare a genitori e nonni le semplici manovre di rianimazione
in caso di emergenza. Ci si propone di identificare precocemente
i soggetti a rischio. Ci aiuteranno gli studi di tipo genetico,
ma anche le norme comportamentali
Studio
italiano. colpito 1 feto su 300 ma prevenzione possibile
Individuati
i geni responsabili della cosiddetta “morte bianca”
in utero, ovvero della Sindrome
della Morte Improvvisa Intrauterina Inspiegata (SIUDS)
che colpisce, in media, un feto su 300. La scoperta è dei
ricercatori della Fondazione Artemisia, il cui studio è
pubblicato sul Journal of Prenatal Medicine. I ricercatori
hanno individuato i geni che alterano la funzionalità dei
“canali ionici” della muscolatura cardiaca fetale,
alterazione che è causa della morte del feto.
Mangiare
troppo e male da piccoli può accelerare il declino
cognitivo da anziani: una nuova ricerca lo dimostra
Mangiando
il giusto il cervello invecchia meno: a ribadirlo è uno
studio americano che svela come "patire un po' la fame"
da piccoli potrebbe rallentare il declino delle facoltà
cognitive da anziani. Pubblicato sulla rivista Neurology,
lo studio è di Lisa Barnes della Rush University
Medical Center di Chicago. È invece tutta italiana la
scoperta che mangiare poco attiva una proteina "salva-cervello"
che lo aiuta a restare in forma rallentandone l'invecchiamento:
Giovambattista Pani dell'Università Cattolica di Roma ha
dimostrato di recente che la proteina Creb1 mantiene giovane la
materia grigia e che questa molecola è messa ko da regimi
alimentari smodati, troppo generosi nei confronti dei famigerati
cibi spazzatura. La molecola Creb1, viceversa, viene accesa da
diete ipocaloriche.LO
STUDIO - Che mangiare troppo e male "appesantisca" la
mente, oltre che il corpo, è ben documentato da diversi
studi. Ma la ricerca dell'università di Chicago potrebbe
offrire un'ulteriore evidenza di come la nostra alimentazione
pregiudichi l'elasticità mentale. Gli esperti hanno
coinvolto nella ricerca 6.200 75enni residenti a Chicago e hanno
chiesto loro di ricordare la loro infanzia per vari aspetti
(stato socioeconomico, difficoltà finanziarie o familiari,
condizioni di salute, alimentazione). Poi ne hanno misurato il
livello di declino cognitivo, ovvero quanto le funzioni cognitive
(apprendimento, memoria) siano compromesse. Un po' di declino
cognitivo è fisiologico con l'età ma gli esperti
hanno visto che nei soggetti che dichiaravano di aver "patito"
qualche volta la fame da bambini il declino cognitivo era
rallentato di un terzo rispetto alla discesa fisiologica delle
performance mentali legata all'età.
Fumo
e depressione facilitano le fratture osse
Le
adolescenti che fumano hanno un maggiore rischio di incorrere
nell'osteoporosi più avanti con gli anni, rispetto alle
coetanee che non lo fanno. I ricercatori della Cincinnati
Childrens Hospital medical center, in una ricerca pubblicata
sul Journal of adolescent health, hanno misurato la densità
minerale ossea di 262 ragazze, suddivise in gruppi di 11, 13, 15
e 19 anni fumatrici e no, dimostrando che quelle che fumano hanno
una densità ossea minore delle anche e della spina dorsale
lombare rispetto alla media ed una maggiore probabilità di
incorrere in fratture in queste zone, le più esposte
dall'osteoporosi più avanti con gli anni. Le misurazioni
sono state condotte per 3 anni e i ricercatori hanno anche
valutato l'impatto della depressione, dell'ansia e dell'uso di
alcol sulla matrice ossea delle ragazze. Chi fuma molto ha la più
bassa densità ossea totale soprattutto fra gli 11 e i 19
anni, chi ha alti livelli di depressione ha invece una densità
ossea più bassa in tutte le fasce di età. L'alcol
invece sembra non influenzare la struttura dello scheletro
sostiene Lorah Dorn, a capo della ricerca.
Ma
gli adulti hanno doppio possibilità di ricevere cure
necessarie
l
numero di nuovi contagi da Hiv nei bambini è diminuito del
24%, passando da 430mila nel 2009 a 330mila nel 2011. Ma quasi il
90% dei bambini sieropositivi vive in appena 22 paesi, la maggior
parte in Africa sub-sahariana.
Nel
2011 circa 900 bambini ogni giorno sono stati contagiati
dall'Hiv, pari a un contagio su sette nuovi a livello globale. A
evidenziarlo è l'Unicef, alla vigilia della Giornata
mondiale dell'Aids che si celebra l'1 dicembre. Anche se tra il
2010 e dicembre 2011 oltre 100mila bambini in più hanno
ricevuto farmaci antiretroviarli, meno di un terzo delle donne in
gravidanza e dei bambini ricevono le cure di cui hanno bisogno,
rispetto al 54% degli adulti. Per avere una generazione libera
dall'Aids è necessario proteggere i più giovani e
vulnerabili dai contagi da Hiv. Dobbiamo raddoppiare i nostri
sforzi perché le mamme e i bambini colpiti sieropositivi
possano vivere liberi dall'Aids''. L'impegno dell'Unicef dunque è
di lavorare perché non ci siano nuovi casi di Hiv tra i
bambini entro il 2015 e mantenere in vita le loro madri per la
sopravvivenza dei bambini, nell'ambito del movimento globale “Una
Promessa Rinnovata”.
In
Italia sono circa 11mila i bambini con una malattia inguaribile o
terminale bisognosi di cure palliative. L'assistenza inadeguata
li costringe a trascorrere lunghi periodi nei reparti
ospedalieri: un milione e 600 mila giorni di degenza ospedaliera
all'anno, 580 mila nei reparti di terapia intensiva. L'utilizzo
degli hospice e l'attivazione di una rete dedicata nelle regioni,
invece, oltre ai miglioramenti nella qualità della vita
dei piccoli pazienti, porterebbe anche un enorme risparmio per la
sanità pubblica. E' quanto è emerso al primo
convegno europeo sulle cure palliative, organizzato dalla
Fondazione Maruzza Lefebvre D'Ovidio Onlus a due anni
dall'approvazione della legge 38 del 2010 sull'accesso alle cure
palliative e alla terapia del dolore, e che ha come obiettivo la
creazione di un network di cure palliative.
A
fronte di una spesa stimata in anni precedenti di 650 milioni di
euro l'anno per le degenze dei bambini inguaribili in Italia, si
prevede che l'attivazione delle varie reti a livello regionale,
che permettono la gestione domiciliare o in strutture dedicate
(hospice pediatrici), non possa superare il 50%. ''Le cure
palliative pediatriche sono un diritto dei bambini inguaribili: è
un'esigenza mondiale che per la prima volta si afferma
dall'Italia, da Roma, dove questo diritto è garantito
dalla legge 38/2010”.
La
vita media si è allungata anche se ci sono situazioni in
cui la medicina classica non riesce a trovare risposte: l'unica
risposta possibile, proprio perché la vita continua, sono
le cure mediche, l'assistenza psicologica, in una parola le cure
palliative, fino a poco tempo fa previste solo per i malati
terminali, adesso invece sia per malattie comuni non guaribili,
come Aids, leucemia e insufficienza renale, sia per situazioni
patologiche come la demenza senile e l'Alzheimer''. Al convegno
c'è stata la testimonianza di un padre che ha vissuto in
prima persona la rilevanza delle cure palliative pediatriche per
il suo bambino di due anni, e di una giovane paziente, colpita da
una malattia rara, la glomerulonefrite membrano proliferativa di
tipo II. Entrambi hanno ribadito l'importanza della ricerca e
sopratutto delle cure palliative in malattie nelle quali ''ci si
sente troppo spesso lasciati soli''.
Le
parti più importanti del muscolo cardiaco pare si formino
già durante le prime fasi dello sviluppo embrionale, per
cui fin dalle prime fasi della gravidanza potrebbe essere
possibile diagnosticare possibili difetti cardiaci congeniti
I
difetti congeniti del cuore possono essere un serio problema per
il bambino che nascerà. Lo espongono a tutta una serie di
rischi che ne possono pregiudicare la qualità della vita e
la sopravvivenza stessa. L’ideale sarebbe poter individuare
per tempo il formarsi di questi difetti e, nel caso e se
possibile, intervenire. Per far ciò, bisogna tuttavia
sapere quando si potrebbero formare questi difetti.
E,
individuare la fase di formazione di difetti congeniti del cuore,
è stato proprio l’intento dei ricercatori britannici
della University of East Anglia (UEA) che hanno condotto
uno studio i cui risultati sono stati pubblicati su PLoS ONE.
I
ricercatori hanno scoperto che le fasi di costruzione delle prime
importanti parti del muscolo cardiaco si avviano già
durante i primi stadi di formazione dell’embrione e, di
fatto, durante il primissimo periodo della gravidanza: un
vantaggio che si può sfruttare proprio per poter
comprendere meglio il meccanismo che sta dietro ai difetti
congeniti. Questo studio si pone tra i primi ad aver mappato
l’origine delle cellule che contribuiscono alla formazione
del tratto di efflusso negli embrioni in fase iniziale. Questo è
assai importante perché molte malformazioni cardiache
presenti nei neonati sono associate proprio al tratto di
efflusso. “Abbiamo condotto una ricerca sugli embrioni di
pollo, ma il processo di sviluppo negli esseri umani è
molto simile – spiega nella nota UEA la prof.ssa
Münsterberg – E’ probabile che ciò che
impariamo dagli embrioni di pollo può essere applicato
allo sviluppo umano. Il passo successivo nella nostra ricerca
sarà quello di identificare i fattori che guidano questi
prime cellule cardiache progenitrici nel posto giusto al momento
giusto”.
Febbre,
per i bambini l'antipiretico solo se è alta
Non è
una malattia, ma il segno di una malattia. Eppure la febbre
spaventa i genitori. Specialmente i neo-genitori, per definizione
poco avvezzi alla gestione di un sintomo che in Italia è
responsabile da solo del 50 per cento degli accessi nei Dea
pediatrici. La febbre è il segnale che il bambino si sta
difendendo, in genere da un microrganismo.
Abbassare
la febbre. Chi dice che a 38 gradi bisogna procedere con gli
antifebbrili. I più coraggiosi si avventurano fino ai 38 e
mezzo. Chi ha ragione? Quando ha senso dare antipiretici? "Solo
quando la temperatura sale oltre i 38,5 gradi - sostiene
l'esperto - intorno a 39-40 la febbre può accompagnarsi a
mal di testa, malessere generale, e va bene ridurla. Così
come va abbassata se dura da molti giorni: la temperatura alta
può provocare disidratazione nel bambino. Ci sono casi in
cui si interviene prima dei 38 e mezzo: tipicamente se il piccolo
paziente soffre di epilessia o di convulsioni febbrili".
Anche le linee guida del Nice (National Institute for Clinical
Excellence) per quanto riguarda l'uso degli antipiretici nei
bambini raccomandano, in assenza di altri sintomi, di non
somministrare questi farmaci con il solo scopo di abbassare la
febbre. Gli antipiretici raccomandati per uso pediatrico sono
due: l'ibuprofene (un antinfiammatorio non steroideo, o fans) e
il paracetamolo (un antipiretico/analgesico). Il primo si trova
in commercio come sospensione orale, appositamente per bambini e
recentemente in supposte pediatriche, il secondo in gocce,
sciroppo e supposte pediatriche. "Entrambi i farmaci sono
accettati da tutte le società scientifiche internazionali
e sono molto noti, negli effetti sia terapeutici che collaterali.
E tutti e due sono sicuri e ben tollerati se utilizzati
correttamente". Le avvertenze segnalate in caso di
allattamento, indicano tra i fans, l'ibuprofene come l'opzione
terapeutica preferibile (Hale 1999) perché il passaggio
nel latte materno è limitato. Correttamente significa
tenendo conto del giusto dosaggio, che va calcolato in base al
peso e non all'età del bambino, e degli intervalli di
somministrazione. Il dosaggio per il paracetamolo è di 15
mg per chilo per dose ogni 4-6 ore (massimo 90 mg/kg al giorno) e
per l'ibuprofene di 10 mg per chilo per dose ogni 6-8 ore
(massimo 40 mg/kg al giorno). In linea di massima le formulazioni
orali (gocce, sciroppi, sospensioni) consentono una migliore
precisione dei dosaggi e sono più prevedibili nei loro
effetti e più sicuri sul piano delle reazioni avverse. "Ai
sovradosaggi va fatta attenzione perché gli effetti
possono essere anche molto seri: necrosi epatica per il
paracetamolo, e danno renale, gastrointestinale e disturbo della
coagulazione per l'ibuprofene". Sull'uso appropriato dei
farmaci antifebbrili nei bambini, in particolare dei fans, lo
scorso anno è intervenuta anche la Società di
pediatria preventiva e sociale (Sipps), "a fronte di un
aumento esponenziale negli ultimi anni delle vendite dei fans ad
uso pediatrico - diceva la nota Sipps, in accordo con
l'Agenzia del farmaco - si è assistito ad un considerevole
aumento delle reazioni avverse". E continuava: "Questi
farmaci vanno presi solo in caso di febbre e malessere generale"
.E se le medicine non funzionano? "Se dopo 2-3 dosi la
febbre alta non si abbassa o il bambino ha altri sintomi come
tosse, difficoltà respiratorie, scariche di diarrea, è
il caso di farlo visitare o dal pediatra o al pronto soccorso:
potrebbe essere il caso di intervenire sulla malattia non più
solo sul sintomo febbre".Scoperto
il difetto epigenetico alla base dell’epilessia con deficit
di apprendimento nei bambini malati di una forma genetica maligna
legata al cromosoma X. A identificare il link funzionale nel
complesso labirinto dei difetti molecolari associati a questa
malattia, lo studio realizzato da un team di ricercatori
dell’Istituto di genetica e biofisica ‘Adriano
Buzzati Traverso’ del Consiglio nazionale delle ricerche
(Igb-Cnr) di Napoli, finanziato dall’associazione francese
‘Jerome Lejeune’. La ricerca è stata
pubblicata su American Journal of Human Genetics.
L’epilessia
associata all’instabilità da triplette del gene ARX,
attivatore della trascrizione del Dna, è una rara ma
devastante forma di epilessia maligna, che si manifesta nei primi
mesi di vita dei bambini maschi.
Questi
bambini sin da piccoli presentano una disorganizzazione generale
e caotica delle scariche elettriche con danni a carico della
maturazione del cervello che, nell’arco di pochi anni,
manifesta difetti di apprendimento invalidanti. “Ne deriva
la necessità di somministrare loro tempestivamente farmaci
antiepilettici che forniscano benefici efficaci, prima che si
completi lo sviluppo cognitivo. Purtroppo, ad aggravare
ulteriormente il quadro, spesso i neonati con tali deficit non
rispondono alla terapia antiepilettica convenzionale”,
conclude Maria Giuseppina Miano. “In quest’ottica lo
studio getta le basi per una ricerca mirata a sviluppare nuovi
metodi di cura delle epilessie refrattarie, in grado di limitare
i danni che le convulsioni producono sullo sviluppo neurologico”.
Bimbi
obesi: colpa dei bicchieri?
Il
bisfenolo A (BPA), sostanza utilizzata fino a poco tempo
fa per la produzione di biberon e ancora oggi presente in
bicchieri, lattine per bibite e altri contenitori di plastica
comunemente utilizzati per gli alimenti, potrebbe essere
associato all’obesità infantile. Uno studio,
condotto da un team di ricercatori della Seconda Università
degli Studi di Napoli su 98 bambini obesi, ha infatti riscontrato
una correlazione tra bisfenolo A e resistenza insulinica,
solitamente associata all’obesità. “Con questo
studio – spiega il professor Emanuele Miraglia del Giudice,
Professore Associato di Pediatria del Dipartimento della Donna,
del Bambino e di Chirurgia Generale e Specialistica - abbiamo
misurato i livelli di BPA nelle urine di circa 100 bambini obesi
campani. Il dato nuovo e originale dello studio è il
riscontro di una correlazione positiva tra i livelli di BPA
urinario e il grado di insulino resistenza in tali bambini. In
altre parole, più alti erano i livelli di BPA e maggiore
era l'insulino-resistenza. Poiché l’insulino-resistenza
è correlata con le complicanze dell’obesità,
è possibile ipotizzare che il BPA giochi un ruolo
rilevante nella modulazione di complicanze come l’ipertensione
arteriosa, la dislipidemia e la sindrome metabolica anche
nell’obesità pediatrica”.
Il
bisfenolo A è una sostanza chimica utilizzata nella
reazione di polimerizzazione delle plastiche. Balzato agli onori
della cronaca perché contenuto nei biberon e in altri
oggetti destinati a neonati e bambini, è stato in seguito
bandito in molti Paesi. In Italia è stata vietata la
vendita e l’importazione di biberon contenenti BPA a
partire dal giugno 2011, in seguito al recepimento della
direttiva europea 2011/8/EU.
Di
fatto, però, il bisfenolo A continua a essere presente in
molti prodotti destinati ai bambini e agli adulti, come stoviglie
e bottiglie di plastica, vernici per lattine, prodotti
farmaceutici e confezioni alimentari.
Secondo
l'Istituto Superiore di Sanità, è possibile ridurre
al minimo l'esposizione al bisfenolo A adottando alcune misure
precauzionali:
- Non
usare contenitori alimentari in policarbonato nel microonde: con
l’usura causata dal tempo e dalle temperature elevate
potrebbe rilasciare BPA.
-
Ridurre l'uso di cibi in scatola, in particolare per i cibi caldi
o liquidi. Optare, invece, per vetro, porcellana o contenitori di
acciaio inox senza rivestimenti interni in plastica.
-
Gettare biberon, stoviglie e posate in plastica molto vecchi,
usurati, ingialliti e sostituirli con altri più nuovi o
con recipienti in vetro o ceramica.
- Se
si vive in un paese extra-UE, scegliere biberon privi di BPA.
-
Quando si usa una bottiglia di acqua in plastica, non
riutilizzarla più volte ed evitarne il riscaldamento.
-
Adottare un'accurata igiene orale in modo da ridurre la necessità
di cure dentali (il materiale utilizzato per le otturazioni dei
denti può contenere bisfenolo A).
|
Questa
rubrica si propone di fornire notizie di interesse sanitario generale
e brevi aggiornamenti dalla letteratura pediatrica “maggiore".
Lo scopo è che il lettore abbia la sensazione di sfogliare un
giornale scegliendo i titoli che più lo interessano: nessuna
pretesa pertanto di sistematicità e di commento che va oltre
il breve riassunto di quelli che sono i principali risultati e le
possibili implicazioni pratiche o di ricerca. Si parla di opinioni di
giornalisti, novità dalla letteratura, e come tali vanno
lette: la storia ci insegna che ogni commento, ogni ultima novità,
non va considerata una verità assoluta né applicata
l’indomani, ma va presa come un aggiornamento da far maturare
nel cassetto attendendo le conferme e i cambiamenti di opinione che
solo il tempo e l’esperienza possono fornire. Questa premessa è
anche un invito ai lettori a essere parte attiva della rubrica. Vi
chiediamo di suggerirci articoli/news/pubblicazioni che avete avuto
modo di leggere e che ritenete meritevoli di segnalazione (scrivete a
valentina_aba@yahoo.it;
brunoi@burlo.trieste.it;
alessandra.perco@gmail.com.


A
SCUOLA – I numeri snocciolati dagli specialisti fanno
paura: 17 milioni di pazienti ipersensibili agli alimenti in
Europa, di cui 3,5 milioni con meno di 25 anni, e un picco di
aumento delle allergie soprattutto fra i bambini, peraltro i più
a rischio per reazioni anafilattiche gravi. Fra i più
piccoli prevalgono le allergie a latte, uova e noccioline mentre
da adulti si è più spesso intolleranti a frutta
fresca, verdura e noccioline. Tuttavia Paese che vai allergia che
trovi: in Scandinavia prevalgono le allergie a crostacei e
merluzzo, nel Regno Unito noci, nocciole e arachidi rappresentano
il 50% di tutte le reazioni allergiche. Purtroppo un terzo dei
casi di anafilassi si verifica a scuola, dove di rado gli
insegnanti sono preparati a gestire la situazione, così
l'EAACI ha lanciato una campagna europea di informazione ed
educazione sulle allergie alimentari. Primo obiettivo, il lancio
di standard minimi internazionali per il bambino allergico a
scuola: “A scuola i bimbi possono essere esposti a nuovi
cibi o a piatti che contengono alimenti proibiti: entro i
prossimi mesi produrremo gli standard con i requisiti minimi di
sicurezza che dovranno avere tutte le scuole e diffonderemo i
documenti a pazienti e insegnanti” ha spiegato il
presidente EAACI, Cezmi Akdis.
LA
STATISTICA - L’epidemiologia dice che l’incidenza
della Sids a livello internazionale è per fortuna
contenuta a uno per mille nati vivi. Da Varese, dove i maggiori
esperti in Italia e le associazioni dei familiari si sono
incontrati e confrontati a novembre nel terzo congresso
nazionale, arriva un dato confortante: “Dal 1990 al 2009,
nel nostro Paese abbiamo osservato una riduzione di circa il 60%
della mortalità per Sids. Merito soprattutto degli sforzi
portati avanti da medici e familiari per diffondere il più
possibile le informazioni sulla sindrome e i consigli sulla
sicurezza del sonno dei bebè, sia tra gli addetti ai
lavori che tra i genitori. Ci attestiamo tra lo 0,04 e lo 0,11
casi per mille nati vivi. La mortalità nei maschi si è
sempre mantenuta superiore a quella delle femmine”.
Mangiando
il giusto il cervello invecchia meno: a ribadirlo è uno
studio americano che svela come "patire un po' la fame"
da piccoli potrebbe rallentare il declino delle facoltà
cognitive da anziani. Pubblicato sulla rivista Neurology,
lo studio è di Lisa Barnes della Rush University
Medical Center di Chicago. È invece tutta italiana la
scoperta che mangiare poco attiva una proteina "salva-cervello"
che lo aiuta a restare in forma rallentandone l'invecchiamento:
Giovambattista Pani dell'Università Cattolica di Roma ha
dimostrato di recente che la proteina Creb1 mantiene giovane la
materia grigia e che questa molecola è messa ko da regimi
alimentari smodati, troppo generosi nei confronti dei famigerati
cibi spazzatura. La molecola Creb1, viceversa, viene accesa da
diete ipocaloriche.
Abbassare
la febbre. Chi dice che a 38 gradi bisogna procedere con gli
antifebbrili. I più coraggiosi si avventurano fino ai 38 e
mezzo. Chi ha ragione? Quando ha senso dare antipiretici? "Solo
quando la temperatura sale oltre i 38,5 gradi - sostiene
l'esperto - intorno a 39-40 la febbre può accompagnarsi a
mal di testa, malessere generale, e va bene ridurla. Così
come va abbassata se dura da molti giorni: la temperatura alta
può provocare disidratazione nel bambino. Ci sono casi in
cui si interviene prima dei 38 e mezzo: tipicamente se il piccolo
paziente soffre di epilessia o di convulsioni febbrili".
Anche le linee guida del Nice (National Institute for Clinical
Excellence) per quanto riguarda l'uso degli antipiretici nei
bambini raccomandano, in assenza di altri sintomi, di non
somministrare questi farmaci con il solo scopo di abbassare la
febbre. Gli antipiretici raccomandati per uso pediatrico sono
due: l'ibuprofene (un antinfiammatorio non steroideo, o fans) e
il paracetamolo (un antipiretico/analgesico). Il primo si trova
in commercio come sospensione orale, appositamente per bambini e
recentemente in supposte pediatriche, il secondo in gocce,
sciroppo e supposte pediatriche. "Entrambi i farmaci sono
accettati da tutte le società scientifiche internazionali
e sono molto noti, negli effetti sia terapeutici che collaterali.
E tutti e due sono sicuri e ben tollerati se utilizzati
correttamente". Le avvertenze segnalate in caso di
allattamento, indicano tra i fans, l'ibuprofene come l'opzione
terapeutica preferibile (Hale 1999) perché il passaggio
nel latte materno è limitato. Correttamente significa
tenendo conto del giusto dosaggio, che va calcolato in base al
peso e non all'età del bambino, e degli intervalli di
somministrazione. Il dosaggio per il paracetamolo è di 15
mg per chilo per dose ogni 4-6 ore (massimo 90 mg/kg al giorno) e
per l'ibuprofene di 10 mg per chilo per dose ogni 6-8 ore
(massimo 40 mg/kg al giorno). In linea di massima le formulazioni
orali (gocce, sciroppi, sospensioni) consentono una migliore
precisione dei dosaggi e sono più prevedibili nei loro
effetti e più sicuri sul piano delle reazioni avverse. "Ai
sovradosaggi va fatta attenzione perché gli effetti
possono essere anche molto seri: necrosi epatica per il
paracetamolo, e danno renale, gastrointestinale e disturbo della
coagulazione per l'ibuprofene". Sull'uso appropriato dei
farmaci antifebbrili nei bambini, in particolare dei fans, lo
scorso anno è intervenuta anche la Società di
pediatria preventiva e sociale (Sipps), "a fronte di un
aumento esponenziale negli ultimi anni delle vendite dei fans ad
uso pediatrico - diceva la nota Sipps, in accordo con
l'Agenzia del farmaco - si è assistito ad un considerevole
aumento delle reazioni avverse". E continuava: "Questi
farmaci vanno presi solo in caso di febbre e malessere generale"
.E se le medicine non funzionano? "Se dopo 2-3 dosi la
febbre alta non si abbassa o il bambino ha altri sintomi come
tosse, difficoltà respiratorie, scariche di diarrea, è
il caso di farlo visitare o dal pediatra o al pronto soccorso:
potrebbe essere il caso di intervenire sulla malattia non più
solo sul sintomo febbre".
Il
bisfenolo A (BPA), sostanza utilizzata fino a poco tempo
fa per la produzione di biberon e ancora oggi presente in
bicchieri, lattine per bibite e altri contenitori di plastica
comunemente utilizzati per gli alimenti, potrebbe essere
associato all’obesità infantile. Uno studio,
condotto da un team di ricercatori della Seconda Università
degli Studi di Napoli su 98 bambini obesi, ha infatti riscontrato
una correlazione tra bisfenolo A e resistenza insulinica,
solitamente associata all’obesità. “Con questo
studio – spiega il professor Emanuele Miraglia del Giudice,
Professore Associato di Pediatria del Dipartimento della Donna,
del Bambino e di Chirurgia Generale e Specialistica - abbiamo
misurato i livelli di BPA nelle urine di circa 100 bambini obesi
campani. Il dato nuovo e originale dello studio è il
riscontro di una correlazione positiva tra i livelli di BPA
urinario e il grado di insulino resistenza in tali bambini.