1Clinica Pediatrica, IRCCS “Burlo Garofolo”, Trieste
2Redazione di Medico e Bambino
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it; brunoi@burlo.trieste.it; alessandra.perco@gmail.com
Sos pelle bimbi, malattie triplicate per inquinamento Pediatri, dermatite colpisce il 43% degli under-5
"La dermatite atopica - ha spiegato il presidente della Fimp, Giuseppe Mele - è la più diffusa delle malattie dermatologiche in età pediatrica". E le malattie della pelle, aggiunge Giuseppe Ruggiero, referente nazionale della rete dermatologica Fimp, rappresentano ormai "il 20-30% delle visite che ogni pediatra esegue, con una maggior prevalenza di dermatite atopica. I disturbi maggiori (prurito, eczemi, secchezza diffusa, perdita di compattezza e turgore, comedoni e punti neri, brufoli, specie nelle zone a maggior rischio di dermatite come mani e viso, o gambe e le ginocchia, più soggette allo sfregamento dei vestiti) si possono "prevenire o lenire educando i genitori al corretto trattamento della patologia, dall'uso costante di creme emollienti contro la secchezza cutanea o di prodotti specifici in caso di lesioni infiammatorie". Fondamentale anche una dieta corretta, sana e bilanciata, "ricca di frutta e verdure (per assumere vitamine e sali minerali), pesce, grassi di origine vegetale, fibre e cereali" e "arricchita da un buon apporto di acqua e da un limitato consumo di bevande zuccherate e cibi troppo raffinati, particolarmente importante in inverno quando la pelle è privata dei benefici del sole". Anche per questo i pediatri hanno messo a punto il test di screening, 'NutricheQ', nato da un progetto della scuola Fimp U-TRE (acronimo di Uno-Tre anni): si tratta di un questionario per i genitori, il test, integrato da una serie di guide che possono essere fornite alla famiglia per ogni fattore di rischio individuato, che aiuta il pediatria a individuare coloro che potrebbero necessitare di maggiore supporto o informazioni in merito a determinati aspetti della nutrizione del bambino.
Pediatria, la rete delle manovre salvavita tra medici, maestre, mamme e baby sitter Cosa fare (e non fare) se un bambino rischia di soffocare per l'inalazione di un oggetto o di cibo? Da Montecarlo il progetto di Fimp e Società di medicina e d'emergenza per formare personale “laico” e moltiplicare le potenzialità nel soccorso
Una
rete di maestre, mamme, babysitter e pediatri per sapere come
intervenire sui bimbi a rischio soffocamento: è quanto si
appresta a lanciare la Federazione dei pediatri Fimp insieme alla
Società di Medicina ed emergenza dei medici pediatri.
Insegnare le manovre giuste per salvare un bambino che sta per
soffocare a causa dall'inalazione di un corpo estraneo: che sia
cibo o un giocattolo, questa è, dopo gli incidenti
stradali, la causa di morte accidentale più frequente tra
i piccoli fino a 4 anni di età. Cinquanta famiglie ogni
anno sono distrutte da un simile evento, che resta una delle
paure più frequenti di madri e padri. Le stime parlano di
450 eventi l'anno, circa 300 tra o e 14 anni, quasi un caso di
ogni giorno, e 50 i morti, quasi uno a settimana. LA
CULTURA DELLA PREVENZIONE - È questa la logica: prima
di tutto rendere sicuri i luoghi dove vivono i bambini, avere
cura e valutare la grandezza degli oggetti che li circondano
(dadi, monetine, caramelle, parti di giocattolo, palline di gomma
ma anche noccioline, arachidi, acidi di uva, tappi di biro o
penne....), eliminare tutti quegli oggetti che hanno un diametro
inferiore ai 4,5 centimetri, considerati a rischio soffocamento
da inalazione (esiste anche un oggetto, il baby security con un
foro centrale: se gli oggetti passano attraverso questo foro,
debbono essere portati lontani dalla accessibilità
dei bambini). Quando un corpo estraneo blocca le prime vie
respiratorie ostacolando il libero passaggio dell'aria vi sono
alcune cose che non bisogna assolutamente fare nell'immediato:
non mettere le dita in bocca al neonato, né metterlo a
testa in giù, ritardare la chiamata al 118. Prima di tutto
bisogna aspettare che i meccanismi naturali di espulsione, con la
tosse, facciano il loro "lavoro". Sconsigliata
qualsiasi manovra in questa fase chiamata di ostruzione parziale
delle vie aeree (respiro difficile, emissione di suoni e tosse,
pianto): il bambino va tranquillizzato, incoraggiato a tossire,
lasciato nella posizione che preferisce. In caso invece di
ostruzione completa (smette di respirare, non emette suoni, non
tossisce) occorre tentare di creare una tosse artificiale, avendo
già allertato il 118. Le semplici manovre da fare in
questo caso sono diverse in caso di lattante o di bambini sopra
un anno di età. Ma se invece il piccolo non è
cosciente bisogna intervenire con altre manovre, quelle di
rianimazione cardiopolmonare, sdraiandolo su una superficie piana
e rigida. Parte progetto “Emtics” su disturbi giovanili da tic Finanziato da Ue, coinvolti Asl Bari e centri clinici italiani
Finanziato dall'Unione Europea, parte in questi giorni il progetto di ricerca Emtics (European multicentre tics in childrenstudies) che vede coinvolti il servizio territoriale di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza della Asl di Bari (unica Asl italiana del progetto), in collaborazione con il laboratorio di analisi dell'ospedale Di Venere di Bari, e il dipartimento di Scienze biomediche ed oncologia umana dell’Università di Bari. Il progetto Emtics ha lo scopo di individuare i fattori di suscettibilità genetici e ambientali dei disturbi da “Tic e della Sindrome di Tourette”. Quest'ultima è un disturbo neuro-comportamentale caratterizzato dalla presenza contemporanea di più tic motori e almeno un tic sonoro. Il disturbo si presenta di solito in età scolare, prima dei 18 anni; spesso c’è una origine genetica, tanto che in più del 50% dei casi sono presenti segni di ereditarietà. Il progetto Emtics è realizzato con la collaborazione di 27 partner provenienti da 11 Paesi (Italia, Svizzera, Germania, Olanda, Spagna, Regno Unito, Ungheria, Israele, Belgio, Grecia e Danimarca). Insieme alla Asl di Bari, fanno parte del progetto anche due centri clinici italiani, quelli di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza delle università di Catania e della Sapienza di Roma.
Il bimbo non parla? Serve il logopedista I disturbi del linguaggio, se non diagnosticati e trattati, possono causare ai bambini problemi emotivi, isolamento e difficoltà scolastiche. Ecco cosa fare. Colpiscono
il 3% della popolazione, ma si rilevano soprattutto nei bimbi tra
i due e i sei anni, dove si toccano punte del 7%. Sono i Disturbi
Specifici del Linguaggio (DSL), cioè la difficoltà
di acquisire e articolare le parole e a comprenderle ed
esprimersi correttamente. Condizioni che tendono a isolare il
bambino a causa di anomalie della sua capacità linguistica
che limita le relazioni interpersonali e può causare
disturbi emotivi e comportamentali. Tali disturbi sono la
principale conseguenza dei problemi di apprendimento a scuola
della lettura e scrittura. Per far conoscere questi problemi, in
occasione della Giornata Europea della Logopedia del 6 marzo,
sotto lo slogan Libera Le Parole, la Federazione Logopedisti
Italiani (Fli), in sinergia con il Comitée Permanent de
Liaison des Orthophonistes-Logopèdes de l’Union
Europeénne (CPLOL), ha organizzato numerose iniziative su
tutto il territorio nazionale. Teoricamente si conoscono le varie tappe dello sviluppo linguistico e l’età media in cui vengono raggiunte, ma, l’età esatta in cui il singolo bambino le raggiungerà può variare molto, e ciò dipende dalle abilità innate del piccolo ma anche dalla realtà linguistica in cui è immerso. Questo fa si che sia difficile prevedere con certezza come procederà lo sviluppo linguistico di un determinato bambino.
Perché le bambine parlano prima (e di più)
Il sangue ha una scadenza più breve di quanto si pensi Anche
il sangue scade, come un farmaco, e perde la capacità di
essere efficace e fornire il nutrimento in ossigeno necessario
alle cellule ove necessita. Questo processo di deterioramento
avviene più velocemente di quanto si pensava fino a oggi.
Un po’ come per i cibi o, meglio, i medicinali, anche il
sangue ha una sua scadenza.
Andare a scuola camminando migliora metabolismo I bambini dovrebbero fare almeno un'ora al giorno di moto ''Le malattie cardiovascolari da trombosi, come infarto, ictus, embolia e trombosi, sono l'epidemia dei nostri giorni e ogni anno in Italia colpiscono 600 mila persone. Sono la prima causa di morte nei paesi industrializzati. Per questo è bene prevenirle fin dall'infanzia, con alimentazione sana e attività fisica''. ''L'attività fisica e sportiva sono fondamentali per ridurre il rischio cardiovascolare, e insieme all'eliminazione del fumo e il controllo del peso sono la strategia vincente contro quest'epidemia che ci colpirà nei prossimi 20 anni''. Iniziare a muoversi fin da piccoli è fondamentale, e basta poco. Andare a scuola camminando riduce il peso corporeo e migliora la situazione metabolica. Inoltre andrebbero aumentate le ore scolastiche di attività fisica. Ogni bambino dovrebbe fare almeno un'ora al giorno di attività fisica, anche solo correndo in cortile. Senza una strategia di prevenzione la spesa per la presa in carico di queste malattie diventerà insostenibile per il Ssn e a pagarne il prezzo saranno le fasce più povere della popolazione.
Oms, 360 milioni di persone nel mondo con perdita d'udito
Più
di 360 milioni di persone nel mondo soffrono di disabilità
uditive e perdita di udito. Lo ricorda l'Organizzazione
mondiale della sanità (Oms), in occasione della
Giornata internazionale per la cura dell'orecchio. Secondo i dati
presentati, una persona su tre con più di 65 anni d’età,
per un totale di 165 milioni nel mondo, vive con una perdita
dell'udito. E anche se vi sono strumenti e protesi per farvi
fronte, non ne sono prodotte a sufficienza. Per una malattia rara, una bambina diventa come una statua A Torino, ha 3 anni e mezzo, colpita da calcificazione È soprannominata la ''bambina di pietra'' perché tranne gli occhi e un accenno di sorriso, è rigida come una statua. Una malattia rara, diagnosticata quando aveva sette mesi, provoca la calcificazione delle parti molli delle articolazioni. La sua storia - raccontata oggi sulle pagine locali de La Stampa - è quella di una bimba a cui non è premesso alcun movimento, come fosse una bambola rigida. La patologia che l'ha colpita non ha ancora un nome, pare sia unica al mondo. Si tratterebbe di un'anomalia genetica che calcifica tutto ciò che sta attorno alle articolazioni. Gli effetti, però, sono sotto gli occhi di tutti: le ossa perdono ogni funzione di supporto motorio rendendo gli arti rigidi e anche fragilissimi. La malattia è stata scoperta, infatti, dopo la frattura ad un polso provocata involontariamente dalla mamma mentre la massaggiava dopo un bagnetto. Da lì il calvario di visite, esami e la terribile verità. I genitori, lui operaio, lei casalinga, hanno lanciato un appello essenzialmente per due motivi. Innanzitutto mettersi in contatto eventualmente con altri genitori che vivono la loro stessa esperienza, capire se esistono casi simili a quello della loro bimba. In secondo luogo un aiuto per una casa nuova, senza barriere architettoniche in modo da rendere le giornata della piccola almeno un po' più facile.
Aids, con cure precoci guarisce neonata Se confermato, sarà il secondo caso documentato Una
bimba nata in Mississippi con il virus dell'Aids sembra essere
guarita dopo essere stata curata con un cocktail di medicine sin
dalle prime ore dopo la nascita. Lo hanno reso noto i ricercatori
che hanno seguito il suo caso che potrebbe aprire la strada alla
cura di centinaia di migliaia di bimbi che ogni anno nascono
affetti dall'Aids, soprattutto in Africa. Il caso della bimba del
Mississippi, che ora ha due anni e mezzo, se confermato, scrive
il New York Times, sarà il secondo documentato di un
paziente guarito dall'Aids. Il primo è quello di un uomo
adulto, Timothy Brown, noto come il paziente di Berlino, guarito
nel 2007 dopo un trapianto di midollo osseo. La bimba, hanno
riferito i medici, è stata curata con medicinali
antiretrovirali sin da 30 ore dopo la sua nascita, una pratica
inconsueta.
Idratazione può prevenire sovrappeso bimbi
7 adolescenti su 10 bevono energy drink, 7 litri/mese ''Pieno caffeina anche per 18% bimbi, moda dilaga tra sportivi Quasi sette adolescenti su dieci, il 68% in età 10-18 anni, consuma energy drink. Tra questi, circa il 12% sono bevitori ''cronici'', con un consumo medio di sette litri al mese, mentre il 12% risultano ''acuti'' consumatori. A bere bevande energetiche anche i bambini, tra i tre e i dieci anni con una media di 0,95 litri a settimana (quasi 4 litri al mese), il 18% degli intervistati nell'ambito di un rapporto pubblicato oggi dall'Efsa, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare. Per la prima volta, sottolinea l'Authority con sede a Parma, lo studio raccoglie i dati relativi alle abitudini di consumo di bevande “energetiche” a livello europeo per gruppi specifici di popolazione, compresi i bambini e gli adolescenti, con l'obiettivo di valutare l'esposizione di queste categorie ai principi attivi presenti in queste bevande, principalmente caffeina, la taurina e il D-glucurono-y-lattone. Gli adulti che optano per gli energy drink sono il 30%, tra questi circa il 12% ne bevono regolarmente 4-5 giorni alla settimana o più, con un consumo medio di 4,5 litri al mese. Circa il 52% degli adulti e il 41% dei consumatori adolescenti ha dichiarato di consumare bevande 'energetichè mentre si accinge ad iniziare un'attività sportiva.
Con lo sport bimbi meno stressati da “verifiche scolastiche” Performance scolastiche migliori in chi fa attività
La
ginnastica è un antidoto allo stress per i più
piccini, li aiuta anche ad affrontare meglio gli eventi
stressanti come verifiche scolastiche o interrogazioni. Lo
dimostra una ricerca su 252 bimbi di otto anni condotta da Silja
Martikainen dell’Università di Helsinki pubblicata
sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism
(JCEM). |
Questa rubrica si propone di fornire notizie di interesse sanitario generale e brevi aggiornamenti dalla letteratura pediatrica “maggiore". Lo scopo è che il lettore abbia la sensazione di sfogliare un giornale scegliendo i titoli che più lo interessano: nessuna pretesa pertanto di sistematicità e di commento che va oltre il breve riassunto di quelli che sono i principali risultati e le possibili implicazioni pratiche o di ricerca. Si parla di opinioni di giornalisti, novità dalla letteratura, e come tali vanno lette: la storia ci insegna che ogni commento, ogni ultima novità, non va considerata una verità assoluta né applicata l’indomani, ma va presa come un aggiornamento da far maturare nel cassetto attendendo le conferme e i cambiamenti di opinione che solo il tempo e l’esperienza possono fornire. Questa premessa è anche un invito ai lettori a essere parte attiva della rubrica. Vi chiediamo di suggerirci articoli/news/pubblicazioni che avete avuto modo di leggere e che ritenete meritevoli di segnalazione (scrivete a valentina_aba@yahoo.it; brunoi@burlo.trieste.it; alessandra.perco@gmail.com.


Bambini
europei sempre più colpiti dalle malattie della pelle,
dermatite atopica in testa, tanto che quasi un bambino su due
sotto i cinque anni ne soffre. L'sos sulla salute della pelle dei
più piccoli arriva dai pediatri della Fimp (Federazione
italiana medici pediatri), riuniti a Montecarlo per il convegno
internazionale 'L'eccellenza incontra l'eccellenza, dopo che si è
registrato un vero e proprio boom di patologie dermatologiche
infantili, raddoppiate nelle ultime tre decadi e addirittura
triplicate nelle zone più industrializzate. La dermatite
atopica è di origine congenita e genetica (se ne soffre un
solo genitore il figlio ha il 60% di probabilità di
soffrirne a sua volta, che salgono all'80% se entrambi i genitori
hanno la patologia) ma, spiegano gli esperti, può
svilupparsi per sensibilità a vari fattori, come
l'alimentazione o l'assunzione di farmaci. Anche se per
l'Organizzazione Mondiale della sanità l'imputato numero
uno è l'inquinamento: l'Oms, hanno ricordato i pediatri,
valuta che in Europa circa un terzo delle malattie infantili
dalla nascita a 18 anni si possa attribuire all'ambiente
insalubre o insicuro. E se la diagnosi è semplice (basta
un esame clinico, niente prove allergiche o analisi di
laboratorio) ancora mancano le terapie risolutive per una
patologia che risente appunto di fattori ambientali, quali
l'inquinamento (ma anche forti escursioni climatiche, vento,
pioggia, umidità, polveri) e pure dei fattori alimentari
come allergie o carenze e rischi nutrizionali.
Uno
studio pubblicato sul “Journal of Neuroscience” a
firma di J. Michael Bowers e Margaret McCarthy dell’Università
del Maryland a Baltimora e ha scoperto differenze di genere
nell'espressione il gene FOXP2, che nei mammiferi è
collegato alla capacità di vocalizzazione. In particolare,
i due ricercatori hanno scoperto che nella nostra specie
i livelli della proteina FOXP2, codificata dall'omonimo
gene, sono più elevati nel cervello delle bambine, in
accordo con le loro maggiori e più precoci capacità
comunicative. Nei ratti, invece, sono stati osservati livelli più
alti nei cuccioli maschi, che rispetto alle femmine chiamano la
madre con più decisione quando ne vengono separati. Negli
ultimi anni, vari studi hanno confermato che le bambine imparano
a parlare prima dei bambini, non solo pronunciando più
precocemente le prime parole, ma anche acquisendo più
velocemente un ampio vocabolario. La motivazione profonda di
questi risultati è però rimasta in dubbio a causa
della difficoltà di separare il contributo genetico da
quello ambientale allo sviluppo del linguaggio.
Una
corretta idratazione ''può favorire la prevenzione del
sovrappeso nei bambini di età scolare, addirittura
abbassandolo del 31%: a dirlo sono alcuni ricercatori tedeschi
guidati da Rebecca Muckelbauer, che su questo tema hanno condotto
un apposito studio. Lo riporta il sito In a Bottle, secondo il
quale ''l'originalità di questa ricerca sta nell'approccio
ambientale-formativo: sono stati individuati gruppi di bambini
provenienti da aree socialmente svantaggiate e preparati
adeguatamente in classe sull'importanza del corretto consumo di
bevande, in particolare dell'acqua''. La prevenzione del
sovrappeso nei bambini, si legge nello studio, rimane un problema
per la salute pubblica a causa del continuo aumento dell’obesità
infantile. ''Fino a oggi, la maggior parte delle strategie di
prevenzione sono state basate su interventi individuali o di
istruzione e hanno ampiamente trascurato il contesto ambientale.
Le scuole elementari - spiega In a Bottle - rappresentano un
ambiente ideale per i programmi di intervento: è stato
rilevato che la tendenza al sovrappeso è più alta
per i bambini di basso status socio-economico''.