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Fibrosi cistica. Position Paper Aifa: “La terapia domiciliare offre vantaggi”
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“Facendo
seguito alle problematiche sollevate da parte della Lega Italiana
Fibrosi Cistica e della Società Italiana Fibrosi Cistica
relativamente alle difficoltà di approvvigionamento di
antibiotici per uso endovenoso nell’ambito della terapia
domiciliare per i pazienti affetti da tale patologia, l’AIFA,
consapevole delle implicazioni clinico-assistenziali che la Fibrosi
Cistica comporta, ritiene opportuno esplicitare la propria posizione
in merito e i provvedimenti attuati per salvaguardare il processo di
cura dei soggetti affetti da Fibrosi Cistica”. Con queste
parole si apre il nuovo Position Paper dell’Agenzia
Italiana del Farmaco dal titolo: “Terapia antibiotica
domiciliare in pazienti affetti da fibrosi cistica”.
La Fibrosi Cistica (FC) è la malattia genetica ereditaria mortale
più frequente nella popolazione caucasica: ne
è affetto un neonato ogni 2500-2700 nati vivi, e la frequenza
dei portatori sani è di circa 1 ogni 20-25 individui sani.
Grazie alla diagnosi precoce della malattia e all’innovazione
delle cure, intese come introduzione di nuovi antibiotici,
somministrazione di enzimi pancreatici e trapianti di polmone e
fegato, si è assistito negli ultimi anni a un netto
miglioramento della qualità della vita dei pazienti affetti da
FC con una sopravvivenza media di oltre 30 anni.
L’antibioticoterapia
ha un ruolo preminente per il controllo delle infezioni polmonari e
ha l’obiettivo di prevenire, eradicare e controllare le
infezioni respiratorie.
Oltre
a esprimere la posizione ufficiale
in merito alle implicazioni clinico-assistenziali
che la fibrosi cistica comporta e i provvedimenti attuati per
salvaguardare il processo di cura dei soggetti affetti da questa
patologia, il documento esplicita infatti il parere dell’Aifa
sulle problematiche sollevate da Lega Italiana Fibrosi Cistica e
dalla Società Italiana Fibrosi Cistica sulle difficoltà
di approvvigionamento di antibiotici per uso endovenoso nell’ambito
della terapia domiciliare per i pazienti affetti da tale patologia.
Nell’ultimo
anno la Lega Italiana Fibrosi Cistica e la Società Italiana
Fibrosi Cistica hanno evidenziato il sussistere di problematiche
relative alla difficoltà per l’utilizzo di farmaci a
distribuzione ospedaliera (classificati in fascia H) per il
trattamento domiciliare dei pazienti affetti da Fibrosi Cistica,
nonostante tale assistenza farmaceutica sia garantita dalla legge n.
548/93 “Disposizioni per la prevenzione e la cura della Fibrosi
Cistica”. Con la suddetta legge, in vigore dal 1° gennaio
1994, si è voluto dare una soluzione ai molteplici problemi,
non solo di ordine sanitario, preventivo ed assistenziale, ma anche
sociale, connessi alla fibrosi cistica considerata malattia “di
alto interesse sociale”. Il problema sollevato dalla Società
Italiana Fibrosi Cistica riguarda nello specifico il regime di
dispensazione dei farmaci nell’ambito di percorsi di continuità
di assistenza territoriale.
Il
documento elenca tutti i vantaggi sia per il singolo malato che per
la famiglia, in questo contesto la terapia domiciliare, in virtù anche del
fatto che le prospettive di durata di vita per i malati di FC stanno
migliorando. Tra queste:
- assecondare
le preferenze dei paziente e della famiglia per ovviare a problemi
logistici legati all’ospedalizzazione;
- migliorare il tono dell’umore e la qualità di vita dei pazienti
che rimangono presso il proprio domicilio interferendo quanto meno
possibile con le normali attività della vita quotidiana;
- favorire
l’autonomizzazione e la responsabilizzazione del paziente
nell’adeguata gestione della terapia;
- ridurre
il rischio di diffusione intra-ospedaliera di infezioni nosocomiali
multiresistenti tra i pazienti;
- ridurre
i costi sanitari legati alle ospedalizzazioni e/o al loro eventuale
protrarsi;
- ridurre
i costi sociali dovuti all’assenza dalle attività
lavorative e di studio del paziente e/o dei suoi familiari.
“Deve
tuttavia essere sottolineato - si legge ancora nel Position Paper
- che i pazienti da inviare a trattamento domiciliare attraverso
percorsi di ADI devono essere selezionati in maniera rigorosa dai
Centri di Riferimento, e il trattamento deve essere costantemente
monitorato, al fine di avere come obiettivo principale il
raggiungimento del risultato clinico”.
Celiachia: è boom di diagnosi. Perché?
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Sanihelp.it
- Perché le diagnosi di celiachia sono in aumento?
È sufficiente la maggior attenzione della classe medica,
unitamente alla disponibilità di test sempre più
validi, per spiegare questa esplosione di casi? Altri fattori sono
coinvolti, fra questi il dato che oggi la popolazione mondiale
consuma una maggior quantità di cereali e che quelli
attualmente utilizzati sono assai più ricchi di glutine di
quanto non fossero quelli del passato.
Questo
aumentato carico di glutine potrebbe spiegare lo sviluppo progressivo
di nuovi casi che hanno portato in pochi anni il numero delle
diagnosi a raddoppiarsi arrivando
a 135.000, con
un incremento di circa il 10% all’anno negli ultimi 5 anni,
mentre il numero teorico di celiaci dovrebbe essere intorno ai
600.000.
Un’altra
domanda di grande attualità è se si nasce celiaci, con
sviluppo immediato dell’intolleranza al glutine nell’infanzia
non appena vengono introdotti nell’alimentazione cereali che lo
contengono, o se invece si diventa celiaci lungo il decorso della
vita, a fronte dell’intervento di fattori ambientali
scatenanti. L’esperienza degli ultimi decenni ha dimostrato che non si nasce celiaci, ma
lo si diventa nel corso della vita e che qualsiasi
età può
segnare l’inizio di questa malattia.
Anche
alcuni fattori ambientali possono svolgere un ruolo determinante, a
cominciare dalle infezioni, come quelle da Rotavirus o da Adenovirus
e altri ceppi virali, così come gastroenteriti di natura
batterica contratte dopo un viaggio in Paesi con condizioni igieniche
non ottimali o infezioni da parassiti.
Fra
gli altri fattori bisogna ricordare la fase del puerperio, stress
legati a gravi dispiaceri (per esempio lutti familiari) o a
interventi chirurgici. Tutto ciò non fa altro che confermare
che per il manifestarsi della patologia è necessario un
habitus genetico ben
definito,
su cui agiscono fattori esterni.
Pediatria: Unicef, Italia al 22° posto per il benessere dei bambini
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L’Italia al
22° posto su 29 Paesi nella classifica che valuta il benessere
dei bambini nelle diverse nazioni. Alle spalle di Spagna, Ungheria e
Polonia, prima di Estonia, Slovacchia e Grecia. In particolare,
l’Italia è al 23° posto nell’area del
benessere materiale, al 17° posto nella salute e sicurezza, al
25° posto nell’istruzione; al 21° posto per quanto
riguarda le condizioni abitative e ambientali. In Italia il 17% dei
bambini - pari a circa 1.750.000 minorenni - vive sotto la soglia di
povertà. L’Italia ha anche il più alto tasso
‘Neet’ (Not in Education, Employment or Training) di
tutti i Paesi industrializzati, dopo la Spagna, con l’11% dei
giovani che non sono iscritti a scuola, non lavorano e non
frequentano corsi di formazione. La classifica è stilata dal
Report Card 11 uno studio sul benessere dei bambini nei Paesi ricchi,
presentato dal Centro di Ricerca Innocenti dell’Unicef. Il
rapporto valuta il benessere materiale secondo indicatori che
riguardano la salute e sicurezza; istruzione; comportamenti e rischi;
condizioni abitative e ambientali.
Insieme agli altri
Paesi dell’Europa meridionale - Portogallo, Grecia e Spagna -
l’Italia si trova nella terza fascia più bassa della
classifica sulla povertà infantile relativa, con il 17% dei
bambini sotto la soglia di povertà. Si registra inoltre il più
alto tasso ‘Neet’ (Not in Education, Employment or
Training) di tutti i Paesi industrializzati, dopo la Spagna, con
l’11% dei giovani che non sono iscritti a scuola, non lavorano
e non frequentano corsi di formazione. Ma, all’inizio degli
anni 2000, è stato ridotto il bullismo del 60%, tanto che è
il Paese industrializzato che registra il tasso più basso di
bambini che hanno subito atti di bullismo (11%).
Di contro, però,
l’Italia ha il tasso più basso tra i Paesi
industrializzati di bambini che svolgono quotidianamente esercizio
fisico. Ha la quarta percentuale più bassa per le gravidanze
in età adolescenziale, essendosi ridotto il tasso di fertilità
tra le adolescenti di un terzo nel corso degli anni 2000 e il 4°
tasso più basso di abuso di alcol, ma si classifica al 22°
posto per il tasso di fumo tra gli adolescenti. L’Italia ha il
più basso tasso di mortalità infantile in Europa
meridionale (9° posto) ma i bambini italiani sono esposti a uno
dei livelli più alti di inquinamento atmosferico tra tutti i
Paesi industrializzati (26° posto). Non solo. Occupa il 24°
posto per i risultati scolastici conseguiti, prima di Spagna e
Grecia; una posizione migliorata di dieci punti nel corso degli anni
2000. Ha il 6° tasso più alto di iscrizione prescolare,
alla pari con la Norvegia e occupa il 22° posto per la
partecipazione a forme di istruzione superiore.
Bimbi dal medico per la ‘bua’, ma pediatri impreparati
Nel 3% dei casi dolore campanello patologie serie
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La ‘bua’,
il dolore dei bambini, è il motivo principale di metà
delle visite dal pediatra, che però non sempre è in
grado di capirne l’intensità, primo passo indispensabile
per trovare una terapia. Ad ammetterlo sono gli stessi esperti della
Federazione Italiana Medici Pediatri (Fimp), che in una delle
sessioni del Capri Campus 2013 ha formato un gruppo di operatori
incaricati di diffondere l’uso dei ‘termometri del
dolore’. Il problema, avvertono i dottori, non va
sottovalutato, perché nel 2-3% dei casi è il campanello
d’allarme di patologie serie.
“Nel
bambino non è facile individuare il dolore sia per le sue
difficoltà nel comunicarlo sia perché, soprattutto nel
caso di quello cronico, la sopportazione è maggiore rispetto
agli adulti. Il nostro impegno deve essere rivolto ad aiutare il
bambino ad esprimere il suo dolore, valutandolo con le apposite scale
ancora sottoutilizzate”.
A causare il dolore
possono essere cefalee ed emicranie, riscontrate nel 20% dei casi
‘seri’, ma anche problemi scheletrici, con una ‘fetta’
del 30% tra i bambini tra 2 e 12 anni. In un caso su quattro inoltre
il dolore è cronico, dura cioè da più di tre
mesi. A fronte di queste cifre una indagine presentata proprio in
occasione del campus ha evidenziato che il 42% dei pediatri non
utilizza alcuno dei metodi di rilevazione a disposizione e ben sette
su dieci (il 69%) pensano che vi sia scarsa preparazione nella
gestione del dolore: ‘‘Gli strumenti per valutare il
dolore esistono e sono molto preziosi - afferma Maria Giuliano,
referente per il dolore della Fimp - si va dall’anamnesi con il
sistema Pqrst (Provocazione, Qualità, Irradiazione, Severità,
Tempo) alle scale di autovalutazione che si basano sulla descrizione
che il bambino o una persone esterna riesce a dare, attraverso
colori, ‘faccette’ con diverse espressioni, interviste e
questionari’’.
Ai metodi basati
sull’ascolto del bambino si aggiungono test fisiologici, come
l’aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, la
pressione, la sudorazione palmare. Tutte insieme queste metodologie
formano un ‘termometro del dolore’ che grazie al lavoro
dei ‘formatori’ dovrebbe entrare a far parte
dell’’arsenale’ di tutti i pediatri
Genitori ‘‘allenati’’ e un diario per aiutare bambini obesi
Pediatri e genitori insieme cambiano abitudini alimentari bimbi
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(ANSA)
- ROMA, 2 APR - Per far dimagrire un bambino più che una dieta
ci vogliono genitori allenati. È il ruolo di ‘allenatore’
nel gestire i momenti difficili e il rapporto col cibo a fare la
differenza, sostengono i ricercatori della University of California
che, in una ricerca pubblicata su Pediatrics, hanno studiato per 5
mesi 50 famiglie con bimbi in sovrappeso dagli 8 ai 12 anni. Gli
studiosi hanno diviso bimbi e genitori in due gruppi. Nel primo
gruppo, durante visite pediatriche saltuarie, i genitori hanno
imparato i principi di una sana alimentazione, programmi di
‘self-help’ (auto-aiuto) e compilato un diario su cosa
mangiavano i loro bambini. Il secondo gruppo invece non seguiva
alcuna raccomandazione. I bambini inclusi nel primo programma hanno
perso in media 2,5 chili in 5 mesi, nel frattempo gli altri sono
ingrassati di oltre 2,5 chili. (ANSA).
Bambini: 10 regole anti soffocamento
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Sanihelp.it
- Un boccone va di traverso, un pezzettino di plastica si stacca dal
giocattolo che il bimbo sta mettendo in bocca ed ecco che il piccolo
smette di respirare, diventa cianotico. La classifica
dei cibi più pericolosi
vede al primo posto le caramelle, seguite da pezzetti di carne,
chicchi d’uva e noci; in pole
position fra gli oggetti rischiosi
le luccicanti monete e i colorati palloncini sgonfi. In
Italia quasi
un bimbo al giorno
rischia di morire soffocato da un boccone andato di traverso: secondo
le stime sono 450 all’anno i casi di soffocamento che si
verificano nel nostro Paese, di cui il 60%, poco meno di 300, in
bambini da zero a 14 anni. «Tra
gli incidenti domestici l’inalazione
di corpo estraneo è
un evento tuttora ai primi posti tra quelli che avvengono nei primi
anni di vita. Accade perché i bambini piccoli hanno la
tendenza a portare alla bocca tutti gli oggetti che li interessano,
perché spesso corrono mentre mangiano, perché ancora
masticazione e deglutizione non sono perfettamente coordinate».
Il
Dipartimento scientifico nato a questo scopo nella FIMP sta creando
una Rete formativa di circa 100
istruttori sanitari e laici
in manovre di disostruzione e manovre di rianimazione cardiopolmonare
pediatrica di base.
- Non
dare ai bambini cibi
solidi prima che siano
in grado di masticarli e deglutirli, facendo attenzione soprattutto
a caramelle e cioccolatini.
- Non
lasciare alla portata dei bambini, se non sono sorvegliati da un
adulto, oggetti
piccoli che
potrebbero incuriosirli: bottoni, perline, spille, monete,
giocattoli od oggetti grandi che possano essere smontati in piccole
parti.
- Acquistare giocattoli a norma,
adatti per l’età dei figli, facendo attenzione che non
si possano rompere o smontare in parti troppo piccine: per i bambini
con meno di 10 mesi la sagoma dell’oggetto non deve essere
inferiore a 30 x 50 millimetri, per i bimbi con meno di 3 anni il
diametro deve superare i 31,7 millimetri.
- Se
avviene un incidente, non farsi prendere dal panico ma chiamare
subito i soccorsi, sia
facendo accorrere persone eventualmente nei paraggi che telefonando
al 118.
- In
attesa di aiuto, praticare le prime manovre
di soccorso; in caso di
dubbi, si può restare al telefono con l’operatore del
118 per avere precise indicazioni sul da farsi.
- Se
il bambino ha più di tre anni, si deve sistemare leggermente
prono in avanti con la testa verso il basso; quindi si danno 5 colpi
decisi con il palmo della mano sulla schiena, in zona
centro-laterale.
- Se
non espelle il corpo estraneo, si deve praticare la cosiddetta
manovra di Heimlich: sistemare un pugno
sopra l’ombelico, circondarlo con l’altra mano e
spingere verso l’interno e in alto contemporaneamente per
aumentare la pressione interna al torace e facilitare l’espulsione.
La sequenza di colpi alla schiena e manovre va ripetuta fino
all’arrivo dei soccorsi.
- Se
il bambino è piccolo cambia la posizione di intervento: ci si
deve sedere sistemando il bimbo a faccia in giù sulle gambe,
dando colpi sulla schiena dal centro verso l’esterno. Poi deve
essere posto su un piano rigido praticando compressioni toraciche
simili al massaggio cardiaco. Mai metterlo a testa in giù,
perché non ci sono evidenze di efficacia.
- Se
la vittima è incosciente, bisogna aggiungere la rianimazione
cardiopolmonare ovvero
fasi di respirazione bocca a bocca alternate a un massaggio
cardiaco.
- Una
volta superata l’emergenza, è consigliabile sottoporre
il bimbo a un controllo
medico, per
verificare per esempio che non vi sia una polmonite ab ingestis,
provocata dal corpo estraneo rimasto nelle vie aeree
Ninna nanna di mamma e papà fanno crescere meglio prematuri
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ROMA - La musica dal
vivo fa bene ai prematuri: cantata da mamma o papà, la melodia
rilassa il bebè, rallenta il suo battito cardiaco e il
respiro, lo aiuta a dormire e a sviluppare la suzione. In questo
modo, indirettamente, ne favorisce la crescita.
Sono i risultati di
una ricerca pubblicata su Pediatrics e riportata sul New York Times. La ricerca è
stata condotta per due anni in 11 ospedali ed è unica nel suo
genere per durata e numero di bebè pretermine coinvolti, 272
in tutto. L’esperimento è stato coordinato da Joanne
Loewy del Beth Israel Medical Center di New York. Gli effetti della
musica-terapia sui pretermine sono stati oggetto di numerose indagini
in passato ma mai così lunghe e sistematiche. Alcuni studi
hanno dimostrato che far ascoltare musica al bebè ha effetti
favorevoli sulla sua salute e sul suo sviluppo al punto che potrebbe
rendere più rapida la fine del ricovero e l’arrivo del
piccolo a casa. In questo studio i
clinici hanno chiesto ai genitori di scegliere una delle loro canzoni
preferite e poi l’hanno arrangiata facendola divenire ninna
nanna. Hanno chiesto ai genitori di cantarla o anche di suonarla.
Le reazioni dei
piccoli sono state monitorate sia con le macchine, sia attraverso i
movimenti oculari, la suzione, il respiro. È emerso che le
canzoni, cantate o anche suonate con gli strumenti, hanno effetti
positivi sul bebè: riducono lo stress, migliorano il sonno,
rallentano il battito cardiaco e il respiro. Migliorano la suzione e
permettono al bebè di ottenere più calorie dal suo
nutrimento e quindi ne favoriscono lo sviluppo.
Più longeve ma meno sane, ecco il destino delle nuove generazioni
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Una vita più
lunga, ma meno sana di quella dei nonni e dei bisnonni: è
quanto aspetta le generazioni più giovani secondo un ampio
studio epidemiologico condotto da ricercatori dell’University
Medical Center di Utrecht e del National Institute for Public Health
dei Paesi Bassi e pubblicato sullo “European Journal of
Preventive Cardiology”.
Lo studio ha
analizzato i dati relativi al Doetinchem Cohort Study, una ricerca
che ha seguito oltre 6000 persone per un ventennio, a partire dagli
anni fra il 1987 e il 1991, misurandone periodicamente i principali
fattori di rischio cardiovascolare: peso corporeo, pressione
sanguigna, colesterolo totale e colesterolo HDL, la lipoproteina ad
alta densità che ha una funzione protettiva.
I soggetti sono
stati classificati per sesso e suddivisi in gruppi di età
(20-29, 30-39, 40-49 e 50-59 anni), in modo da valutare il profilo di
rischio della “generazione” dei ventenni, trentenni ecc. di
un certo decennio con il profilo di rischio dei ventenni, trentenni,
ecc. dei decenni successivi. I principali
problemi evidenziati dall’analisi dei risultati riguardano
sovrappeso, obesità, e ipertensione: la percentuale di persone
sovrappeso, obese e con ipertensione aumenta con l’età
in tutte le generazioni, ma in quelle più giovani la
prevalenza di questi fattori di rischio è più alta.
Così, mentre
nella prima generazione di trentenni era sovrappeso il 40 per cento
dei maschi, in quella successiva la percentuale era salita al 52 per
cento.
Paradossalmente,
osservano i ricercatori, anche se l’aspettativa di vita è
in continua crescita, dal punto di vista biologico e metabolico
ciascuna generazione è “più vecchia” di 15
anni rispetto alla precedente; ciò significa che sarà
esposta più a lungo ai danni conseguenti a obesità e
ipertensione e che all’allungamento di vita non corrisponde un
allungamento della vita in salute. Le ragioni di questo costante e
preoccupante peggioramento non sono chiare, dicono i ricercatori,
anche se uno dei fattori è sicuramente un aumento della
sedentarietà.
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