Rivista di formazione e aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, fondata nel 1982.
In collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri.
IL CONGO è IL PEGGIOR PAESE PER MADRI E FIGLI VALPROATO DI SODIO IN GRAVIDANZA: DA EVITAREEMICRANIA PIù FREQUENTE IN BAMBINI CON COLICHE DA NEONATITAGLIO CORDONE OMBELICALE APPENA BIMBO NASCE? RISCHIO ANEMIABIMBI E AUTO, SEDILI E CINTURE IN BASSO FINO A 13 ANNICRISI: UN TERZO FAMIGLIE NON PORTA PIù FIGLI DAL DENTISTAI NEI SU MANI E PIEDI BAMBINI NON SONO A RISCHIO MELANOMA CRISI EPILETTICA: COME COMPORTARSI? MAMME ITALIANE POCO SOSTENUTE NELL’ALLATTAMENTO FARE DI PIù NON SIGNIFICA FARE MEGLIO. Medico e Bambino pagine elettroniche 32; 32(5) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1305_10.html
Maggio 2013
a
cura di Valentina Abate1, Irene Bruno1 e
Alessandra Perco2
Sono
tutti in Scandinavia i Paesi del mondo dove madri e figli vivono
meglio: sono Finlandia, Svezia e Norvegia, mentre quelli dove le
condizioni sono peggiori si trovano nell’Africa sub-sahariana
con il Congo che chiude la classifica. L’Italia è al
diciassettesimo posto. È
quanto emerge dal 14.mo Rapporto di Save the Children sullo “Stato
delle madri nel mondo”. Il rapporto si basa su cinque
indicatori: salute materna e rischio di morte per parto, benessere
dei bambini e tasso di mortalità entro i 5 anni, grado di
istruzione, condizioni economiche e Pil procapite, partecipazione
politica delle donne al governo. E i dati mettono in evidenza le
enormi disparità tra i paesi industrializzati e quelli in via
di sviluppo: così, per esempio, se le finlandesi possono
contare su ben 17 anni di istruzione, le donne congolesi su 8, le
somale solo su 2. Se il tasso di mortalità dei bambini entro i
5 anni nella Repubblica Democratica del Congo è di 167 su
mille nati vivi, in Finlandia il tasso precipita a 3 su mille. La
stessa differenza si riscontra anche nel tasso di partecipazione
femminile alla vita politica: in Finlandia la percentuale di seggi in
Parlamento occupati da donne è il 42,5% contro l’8,3%
del Congo. Per quanto riguarda l’Italia, le condizioni di
salute delle mamme e dei bambini raggiungono livelli alti (il tasso
di mortalità femminile per cause legate a gravidanze e parto è
pari a 1 ogni 20.300, quello di mortalità infantile è
di 3,7 ogni 1000 nati vivi), come abbastanza alto è il livello
di istruzione delle donne, pari a 16 anni di formazione scolastica. Benché
la scarsa percentuale media di partecipazione politica delle donne
fotografata dal Rapporto (20,6%) abbia subito un deciso incremento in
occasione delle ultime elezioni (28,6% al Senato e 31,3% alla
Camera), siamo ancora distanti perfino da paesi come Angola (38%) e
Mozambico (39%). Il documento mette a fuoco le morti precocissime dei
neonati: ben 1 milione di bambini ogni anno non sopravvive al primo
giorno, e anche in questo caso il triste primato spetta ai Paesi
africani, Somalia in testa (18 bambini morti su 1000 nati). A
livello numerico, invece, è l’Asia del Sud la regione in
cui si verifica ben il 40% delle morti durante il primo giorno di
vita. Nonostante l’incredibile crescita economica degli ultimi
anni, l’India guida questa classifica con 309.300 bambini morti
nel primo giorno, pari al 29% del totale mondiale, ed è in
questo paese che si conta il maggior numero di mamme che muoiono per
gravidanza o parto. La quasi totalità delle morti di neonati e
delle loro mamme si verifica nei paesi in via di sviluppo, dove è
fatale la mancanza di servizi sanitari di base e di assistenza al
parto. Salta all’occhio nel Rapporto il 30° posto occupato
dagli Usa per lo stato di benessere delle mamme e dei loro figli. Tra
i paesi industrializzati, gli Stati Uniti addirittura guidano la
classifica per mortalità dei neonati: ogni anno più di
11.000 bambini americani muoiono durante il loro primo giorno di
vita. Nonostante le condizioni dell’istruzione ed economiche
siano soddisfacenti, collocandosi tra i 10 migliori paesi,
altrettanto non emerge per quanto riguarda la salute delle madri, del
benessere dei bambini e per la partecipazione politica.
(ANSA) - ROMA,
07 MAG - L’esposizione in gravidanza a farmaci che contengono
valproato di sodio, un principio attivo usato contro l’emicrania
abbassa il quoziente intellettivo dei nascituri. Lo afferma la Food
and Drugs Administration americana sul suo sito, dopo la
valutazione dei risultati di uno studio su bimbi dell’età
di sei anni. I farmaci a base di valproato sono usati anche per
trattare le convulsioni e i sintomi maniacali legati ai disturbi
bipolari. Un primo studio nel giugno 2011 aveva già scoperto
l’abbassamento del QI nei bambini a tre anni, ora confermato
anche a sei: “Le donne in gravidanza non dovrebbero assumere
farmaci a base di valproato - scrive l’FDA - i dati aggiuntivi
che abbiamo confermano che gli effetti sui nascituri sono molto
maggiori dei benefici per le donne”.
Emicrania più frequente in bambini con coliche da neonati
(ANSA) - ROMA, 18 APR - Bambini e
adolescenti che da neonati hanno sofferto di “colichette”,
presentano un rischio di sette volte superiore di soffrire di
emicrania. Lo rivela lo studio dell’italiano
Luigi Titomanlio dell’Università Diderot di Parigi
pubblicato sulla rivista JAMA. L’esperto ha studiato centinaia
di bambini dai 6 ai 18 anni, sia con un problema di emicrania, sia
con cefalea tensiva ricorrente; i bambini sono stati confrontati con
coetanei che non soffrivano di cefalee. Andando ad indagare tramite i
genitori chi di loro aveva sofferto di emicrania, Titomanlio ha
trovato che le coliche neonatali sono state sette volte più
frequenti tra i bambini e adolescenti con emicrania. Viceversa solo
pochi dei bambini sani o con cefalea tensiva avevano sofferto di
coliche neonatali. Secondo gli esperti alla base di questa
associazione potrebbe esserci una causa comune a entrambi i disturbi:
l’emicrania dipende dall’infiammazione dei nervi intorno
ai vasi sanguigni che irrorano il cervello; parimenti le coliche
neonatali (la cui origine resta sconosciuta) potrebbero essere
causate da infiammazione delle terminazioni nervose intorno ai vasi
che irrorano l’intestino (ANSA).
(ANSA) - ROMA, 29 APR - Quando il
bimbo nasce bisogna fare attenzione a non tagliare immediatamente il
cordone ombelicale, perché questo potrebbe portargli in futuro
problemi di carenza di ferro e anemia. A lanciare l’allarme
sono gli esperti del National Childbirth Trust,
un’associazione britannica che si occupa di fornire supporto e
informazioni ai neo genitori.
Recidendo il cordone ombelicale pochi
secondi dopo che il piccolo è venuto alla luce - spiegano -
viene a mancargli sangue vitale dalla placenta: le ripercussioni
sulla salute futura possono essere importanti, perché la
mancanza di un elemento fondamentale per l’organismo come il
ferro, che nel solo Regno Unito riguarda il 10 per cento dei bambini,
può avere tra l’altro anche un impatto negativo sulle
capacità cognitive. Per questo- spiega il National
Childbirth Trust - meglio attendere per tagliare il cordone
ombelicale dopo la nascita, per un periodo variabile dai due ai
cinque minuti, fino quando non smette di pulsare naturalmente. “È
ora che il sistema sanitario nazionale cambi completamente una
pratica datata e potenzialmente dannosa utilizzata per decenni”
chiarisce Andrew Gallagher, pediatra del Worchestershire Royal
Hospital al quotidiano britannico Daily Mail (ANSA).
Bimbi e auto: sedili e cinture in basso fino a 13 anni
Pediatrico Philadelphia indica regole e propone modifiche sedute
Gli
incidenti d’auto sono la prima causa di morte fra bambini e
ragazzi di età compresa tra 4 e i 15 anni: per questo
proteggerli adeguatamente è fondamentale. A ricordarlo è
l’Ospedale pediatrico di Philadelphia, che in un rapporto del
Centro di ricerca e prevenzione infortuni ha identificato alcune
regole di base. Innanzitutto - chiariscono gli studiosi - fino ai 13
anni la scelta indicata è quella di far viaggiare bambini e
ragazzi, che hanno superato l’età per stare nel
seggiolino e sono quindi maggiormente a rischio in caso di incidenti,
seduti sul sedile posteriore dell’automobile piuttosto che
davanti, ricordando però sempre di allacciare le cinture di
sicurezza perché dietro non ci sono le stesse protezioni (per
esempio i pretensionatori) che sul sedile anteriore.
In
più, la proposta è quella di modificare leggermente i
sedili posteriori dedicati ai ragazzi, che devono essere sagomati,
con cuscini di seduta più piccoli e cinture di sicurezza con
allaccio più in basso. Questo consente di aumentare il comfort
durante il viaggio e soprattutto di mantenere alti gli standard di
sicurezza, in particolare perché serve a mantenere la tracolla
della cintura in posizione e a ridurre il movimento laterale in caso
di impatto.
Crisi: un terzo famiglie non porta più figli dal dentista
In un anno -40% apparecchi per denti, 2 milioni bimbi senza cure
Una
famiglia su tre ormai non porta più i figli dal dentista a
causa delle difficoltà economiche legate alla crisi. Nel 2012
le richieste di apparecchi per correggere i denti sono crollate del
40% e circa due milioni di bimbi rischiano danni ai denti. L’allarme
arriva dal Congresso Nazionale del Collegio dei Docenti di
Odontoiatria. La crisi, dopo avere costretto adulti e anziani a
rinunciare a protesi, impianti e dentiere, ora porta quindi anche a
trascurare la salute orale dei più piccoli. Oggi
5 milioni di bimbi fra i 5 e i 14 anni avrebbero bisogno di un
apparecchio ortodontico. In Italia il 90-95% dell’assistenza
odontoiatrica e’ privata, ora i genitori portano i bambini dal
dentista per la prima visita, ma poi sempre di più rinunciano
alle cure per le alte spese. Le richieste di cure ai denti al
servizio sanitario nazionale, sono aumentate del 20% ma i 3.500
dentisti che operano nel pubblico, erogando 4 milioni di prestazioni
l’anno, sono ormai al collasso. “Le poltrone nell’SSN
sono meno di 2800 e l’alto costo delle prestazioni rende
difficile un’offerta adeguata”, spiega Antonella
Polimeni, presidente del Collegio Nazionale.
I Nei su mani e piedi bambini non sono a rischio melanoma
(ANSA) - ROMA - Sospettati di essere
‘pericolosi’, i nei sul palmo della mano e sulla pianta
dei piedi di bambini e adolescenti sono in realta’ quasi sempre
innocui o comunque lesioni benigne. È emerso da uno studio
condotto dalla Clinica Dermatologica dell’Università
dell’Aquila che ha classificato i cambiamenti nel tempo di 75
nevi di mani e piedi, in pazienti tra 0 e 18 anni, presentata in
occasione dell’EUROMELANOMA DAY 2013 (27 maggio), la campagna
europea di informazione su melanoma e tumori della pelle, promossa
dalla SIDeMaST - Società Italiana di Dermatologia medica,
chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse.
Quest’anno la campagna sarà dedicata interamente alla
consulenza da parte di specialisti dermatologi: (numero verde
800591309 attivo il 27 maggio) per essere messi in contatto con il
centro dermatologico più vicino. I dati emersi hanno dimostrato che,
in oltre il 60% dei casi, questi nevi sono cambiati nel tempo,
principalmente riducendo la pigmentazione e regredendo; inoltre, le
lesioni sospette, asportate, sono risultate forme benigne all’esame
istologico. I nei di bambini e adolescenti localizzati in regione
palmo-plantare, quindi, non devono necessariamente essere sottoposti
a monitoraggi intensivi o addirittura asportati sulla base della sola
osservazione clinica o del timore di possibile degenerazioni dopo
traumi ripetuti.
Mezzo milione
di persone in Italia soffre di epilessia, e per la metà si
tratta di bambini e adolescenti. Proprio per
aiutare i bambini che ogni giorno devono affrontare i problemi legati
alla loro condizioni di salute a scuola e nella vita quotidiana è
nato, alla vigilia della Giornata Nazionale per l’Epilessia,
promossa dalla LICE (lega italiana contro l’epilessia) per il 5
maggio, un progetto di informazione chiamato “Se
all’improvviso...”. Il progetto vede coinvolte le scuole primarie di tutta Italia e ha visto il diretto coinvolgimento dei
neurologi della LICE che hanno organizzato incontri formativi
in 150 scuole elementari parlando a 700 insegnanti. E in occasione
della campagna è stato anche condotto uno studio per valutare
in che modo l’epilessia venga percepita e gestita all’interno
delle scuole. I risultati di
questa indagine mostrano che tutti gli insegnanti hanno detto
di conoscere una malattia denominata “epilessia”, ma il
41% solo per sentito dire; il 25% ammette anche un’esperienza
personale e/o familiare con la malattia; il 47% riferisce di aver
assistito ad una crisi epilettica in generale ed il 25% in classe. Le conoscenzeriguardo la prevalenza della malattia e le sue cause sono
molto carenti: tra le cause le più segnalate sono quelle
genetiche e solo il 30% ritiene che ci siano possibilità di
guarigione. Secondo gli
insegnanti intervistati, l’epilessia pone ostacoli: al lavoro
(33%), alla guida (52%), allo sport (34%). Circa il 50% degli
insegnanti ha avuto in classe almeno un bambino con epilessiae
ritiene di conoscere le procedure corrette da attuare in caso di
crisi. In realtà: circa il 60% dice che
occorre chiamare l’ambulanza (per lo più non
necessaria), circa il 30% afferma che occorre inserire qualcosa nella
bocca del bambino. E proprio quella di inserire un oggetto nella
bocca del paziente con crisi epilettica è una manovra da non
fare. In occasione
della Giornata Nazionale per l’Epilessia ecco un decalogo di
cosa è bene fare e cosa non fare in caso di crisi
epilettica di tipo tonico-clonico (la convulsione, definita
anche Crisi di Grande Male). Cosa
fare:
Prevenire la caduta a terra;
Se il soggetto è già a terra, porre sotto il capo
qualcosa di morbido, in modo che se la crisi continua, non continui
a battere ripetutamente la testa sulla superficie dura;
Terminata
la crisi, slacciare il colletto e ruotare la testa di lato per
favorire la fuoriuscita di saliva e permettere una respirazione
normale;
Evitare
raggruppamenti di persone intorno al soggetto: la confusione non lo
aiuterebbe a riprendersi con calma;
Cosa non fare:
Non tentare di aprire la bocca
Non tentare di inserire in bocca oggetti morbidi o rigidi
Non bloccare le braccia e le gambe
Questi interventi, oltre ad essere inutili, sono anche pericolosi:
potrebbero comportare al soggetto in crisi lussazioni mandibolari,
fratture dentarie e dolori muscolari intensi. Al soccorritore
potrebbero invece provocare lesioni alle dita.
Un’occasione
persa, scuotono la testa i pediatri italiani, quella di garantire ai
neonati l’allattamento esclusivo almeno sino ai sei mesi di
vita, come raccomanda l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Le percentuali italiane sono desolanti: secondo i dati del 5°
Rapporto di aggiornamento della Convenzione sui Diritti dell’infanzia
e dell’adolescenza in Italia (2012) il 90% delle madri inizia
ad allattare in ospedale ma al momento delle dimissioni la
percentuale si colloca ben al di sotto e in alcune realtà
italiane non supera il 30%. Solo negli Ospedali amici dei Bambini,
cioè quelle strutture in cui viene favorita l’alimentazione
con latte materno secondo il decalogo OMS-Unicef, si registrano al
momento delle dimissioni tassi dell’80% con punte del 100%. E
una volta che le donne giungono a casa le cose non vanno meglio.
Benché l’allattamento al seno nel primo semestre di vita
sia in aumento, quello esclusivo, senza integrazioni con latte di
formula, resta un evento raro: la media italiana sui aggira intorno
al 5%, una stima, in quanto non esiste un sistema omogeneo di
raccolta dati in tutte le Regioni. Eppure
i benefici, non solo per il bambino ma anche per la mamma, sono ben
noti. A confermarlo una recente revisione Cochrane di Donald Kramer
della McGuill University di Montreal illustrata dallo stesso Kramer
al Congresso SIP. Dalla review risulta che i bambini allattati
esclusivamente al seno per 6 mesi presentano meno infezioni
intestinali rispetto a quelli alimentati in maniera mista a partire
da 3-4 mesi, senza alcun deficit di crescita. Questo vantaggio è
stato rilevato sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di
sviluppo e alla stessa conclusione è arrivata l’Accademia
Americana di Pediatria (AAP) nello statement pubblicato nel 2012.
Dopo i sei mesi è possibile passare all’alimentazione
complementare introducendo progressivamente cibi solidi e
semi-solidi. “Bisogna inoltre considerare gli effetti positivi
non solo per il bambino, ma anche per la sua mamma”, sostiene
Riccardo Davanzo, Presidente del Tavolo Tecnico Operativo
Interdisciplinare per la Promozione dell’Allattamento al Seno
del Ministero della Salute. “La letteratura documenta come
allattare al seno più a lungo, anche in maniera non esclusiva,
riduce il rischio di tumore della mammella e dell’ovaio ed
anche di osteoporosi”. “Le ultime segnalazioni della
ricerca evidenziano ulteriori proprietà benefiche del latte
materno”, spiega Claudio Maffeis direttore dell’Unità
di Diabetologia, Nutrizione Clinica e Obesità in Età
Pediatrica dell’ULSS 20 e Università di Verona, “tra
queste due le più importanti, che consistono nel reperimento
nel latte umano di numerosi ormoni coinvolti nel meccanismo di
regolazione del rapporto fame/sazietà e anche di
microorganismi di origine materna in grado di influenzare la
composizione della flora microbica intestinale. Entrambe i fattori
esercitano rilevanti riflessi sull’ “imprinting”
metabolico del piccolo, con possibili effetti positivi a lungo
termine sul rischio di sviluppare obesità”. Tutti
concordi, dunque, sulla necessità di favorire l’allattamento
esclusivo al seno nei primi sei mesi. Ma come? C’è
ancora molto da fare” sostiene Renato Vitiello, coordinatore
della task force per l’allattamento al seno della SIP. “Le
donne devono essere maggiormente informate del valore di questa
scelta e motivate con un aiuto paziente che parta sin dai primi
giorni. La dichiarazione OMS/Unicef con i 10 passi per promuovere
l’allattamento nelle neo mamme non è ancora
adeguatamente diffusa nei punti nascita e gli Ospedali Amici dei
Bambini coprono solo il 3,5% dei nati in Italia”. “Ma le
donne vanno sostenute anche nella fase successiva, quando rientrano a
casa”, conclude il Presidente della SIP Giovanni Corsello. “La
crisi economica dovrebbe stimolare l’allattamento al seno, dato
che non comporta alcun costo aggiuntivo, solo che molte donne sono
costrette a rientrare al lavoro prima dei sei mesi di età del
bambino a causa di contratti di lavoro atipici che non prevedono
adeguate tutele nel periodo della maternità, e mancano nidi
aziendali che consentano alle madri di allattare mentre sono al
lavoro”.
In
coerenza con i principi di Slow
Medicine, il progetto intende
lanciare all’opinione pubblica il forte messaggio che in sanità
a volte è meglio fare meno, nello stesso interesse del
paziente, e che non sempre il medico che prescrive più esami e
prestazioni è il medico migliore. Premessa Quello
sanitario è probabilmente il settore economico di più
largo consumo di beni e di servizi, caratterizzato dalla complessità,
dall’incertezza, dall’asimmetria dell’informazione,
dalla qualità poco o per nulla misurabile, dai conflitti di
interesse, dalla corruzione, nonché dall’opacità
e dalla variabilità delle decisioni. Fattori questi che danno
agli attori, ed in particolare ai professionisti e ai numerosi
portatori di interessi economici, un livello di opportunismo tale da
rendere tutto il sistema in larga misura incontrollabile. Ne consegue
che il settore medico-sanitario, contrariamente agli altri mercati, è
dominato dall’offerta e non dalla domanda ove il consumatore è
generalmente in grado di esprimere delle preferenze di consumo. È
quindi l’offerta (professionisti e servizi) che omologa e
soddisfa la domanda.Sul
mercato sanitario, grazie all’asimmetria dell’informazione,
l’offerta è quindi in grado di manipolare la domanda
inducendo il consumo o facendo del razionamento implicito senza che
il paziente-consumatore se ne renda conto. In più,
il finanziamento delle prestazioni si basa su criteri meramente
quantitativi e non qualitativi e nemmeno sul loro valore
aggiunto, cioè su un più efficiente rapporto
costi-benefici. Stante
questa situazione di «opacità» generalizzata, in
uno scenario di scarsità di risorse come l’attuale, non
deve sorprendere che il «pilotaggio» verso un sistema più
controllabile rischi di essere sempre più fondato su decisioni
politiche di tipo «autoritario» e sui tagli «lineari». Il
progetto “Fare di più non significa fare meglio”
proposto in Italia dall’Associazione Slow
Medicine (e
ripreso dal progetto USA “Choosing Wisely”),
che si prefigge diridurre
le pratiche mediche ad alto rischio di inappropriatezza e di
condividerle con i pazienti e i cittadini, rappresenta
probabilmente in primo luogo la risposta “di buona volontà”
della classe medica (le cui pratiche sono per loro stessa natura in
larga misura insindacabili e incontrollabili) all’esigenza
sempre più pressante di evitare lo spreco di risorse
limitate. Il
peso economico delle prestazioni futili, quelle cioè che non
danno nessun beneficio ai pazienti, rappresenta secondo l’OMS
tra il 20 e il 40% della spesa sanitaria.
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